Nasce il videodizionario di attivismo ambientale

Fare inchiesta ambientale a volte porta ad usare molti termini specialistici e istituzionali: tecnicismi di comunicazioni specialistiche che giornalisti e comunicatori hanno il compito di divulgare per promuovere l’attivismo ambientale.  Proprio per offrire un servizio ai lettori, ai cittadini che si mobilitano abbiamo costruito un breve dizionario e vademecum per attivisti ambientali. Ecco qui sotto le parole di un dizionario specialistico per l’attivismo ambientale spiegate facilmente dalle voci degli esperti e delle esperte. 

Che cos’è una “zona di sacrificio”

Nel Rapporto del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 12 gennaio 2022 Taranto è stata inserita nelle “zone di sacrificio”. Si legge: “le zone di sacrificio rappresentano la peggiore negligenza immaginabile dell’obbligo di uno Stato di rispettare, proteggere e realizzare il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile”.
Il Rapporto ONU denuncia: “l’esistenza delle zone di sacrificio è una macchia sulla coscienza collettiva dell’umanità. Spesso create attraverso la collusione di governi e imprese, queste aree sono l’opposto dello sviluppo sostenibile, danneggiando gli interessi delle generazioni presenti e future; le persone che ci abitano sono sfruttate, traumatizzate e stigmatizzate, sono trattate come usa e getta, le loro voci ignorate, la loro presenza esclusa dai processi decisionali e la loro dignità e i loro diritti umani calpestati. Le zone di sacrificio esistono in Stati ricchi e poveri, nel Nord e nel Sud”.

Marcos Orellana, Relatore speciale Onu – foto tratta dal doc “Taranto chiama” di Rosy Battaglia

Nell’intervista a Marcos Orellana, Relatore speciale Onu, nel documentario “Taranto chiama” di Rosy Battaglia spiega: «A Taranto le prove indicano un aumento della mortalità e un impatto sui sistemi cardiovascolare e respiratorio. I dati epidemiologici dimostrano che la popolazione residente nei pressi dell’impianto è stata esposta per decenni a livelli intollerabili di inquinamento; la questione è oggetto di contenziosi a livello nazionale e internazionale ed è stata portata dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ad esempio, si conclude che il governo italiano non sia riuscito a garantire e proteggere i diritti e le libertà delle persone che vivono a Taranto in relazione ai livelli intollerabili di inquinamento che hanno subito nel corso dei decenni. La situazione può essere descritta solo come un sacrificio».

Che cosa sono i SIN

Siti di Interesse Nazionale (SIN) sono aree vaste, altamente inquinate del territorio italiano, che richiedono interventi di bonifica urgenti per tutelare la salute pubblica e l’ambiente. Spiega il generale Giuseppe Vadalà, commissario straordinario per le bonifiche: «I siti di interesse nazionale sono 42 per l’Italia e sono SIN dove le bonifiche o le messe in sicurezza o, nel caso fossero discariche, hanno un’ampiezza notevole. Quindi parliamo comunque di centinaia di ettari almeno, ma a volte molti di più. Si parla anche di migliaia e c’è una pericolosità degli inquinamenti presenti e quindi delle attività da porre in essere di maggior livello, con costi sono maggiori. Per questo c’è un interessamento dello Stato, del Ministero dell’Ambiente che li gestisce attraverso dei commissari e si distinguono dei Siti di interesse regionale che sono molti di più nell’ordine delle migliaia. L’ultimo censimento dell’Ispra sono di circa 35.000 siti, di cui la metà i lavori sono finiti, su circa la metà invece si sta lavorando e sono siti di minore ampiezza, di minore inquinamento, ma sicuramente importanti anch’essi».

Quali sono le fasi della bonifica

Generale Giuseppe Vadalà, Commissario straordinario bonifiche

«Le fasi sono essenzialmente 3: caratterizzazione, progettazione ed esecuzione dei lavori – continua il generale Vadalà – La caratterizzazione è il primo punto, diremmo quello più importante perché se si sbaglia in parte o in toto una caratterizzazione e si sbagliano si sbaglia la progettazione ovviamente quindi c’è una perdita di tempo diremo così di anni e anche di fondi». Fare una caratterizzazione performante e a volte non è facile perché non bastano i carotaggi, a volte non bastano i piezometri ma serve anche materialmente scavare le cosiddette trincee per capire la tipologia di rifiuti e la quantità. «Con questi elementi di base si costruisce quello che saranno i futuri lavori quindi una progettazione con dei costi ben precisi, con delle attività, con un cronoprogramma e questo va all’esame della Conferenza dei servizi. Quest’ultima approva con l’interessamento di tutti gli enti la bontà del progetto e quindi poi dà il via all’esecuzione dei lavori. La Conferenza dei servizi e nelle attività che abbiamo svolto come Arma dei Carabinieri stanno svolgendo dal 2017 su vari siti sia nazionali che regionali. Importante che avvengano sicuramente nella maniera più ricca possibile di elementi, ma contemporaneamente anche nella maniera più veloce possibile. Dopo c’è l’esecuzione dei lavori si pone a gara con la una possibilità di individuare il migliore operatore quindi la gara è il metodo principe per poter essere più performanti».

Che differenza c’è tra bonifica e messa in sicurezza

«Se potessimo la bonifica – continua il commissario Vadalà – è l’attività risolutiva, fa sì che io intervengo sul corpo rifiuti lo isolo, lo estraggo, per così dire lo porto via. Questo però deve essere valutato insieme a delle esigenze che sono sia dei costi e sia anche esigenze ambientali, cioè trovare ulteriori discariche dove posizionare i corpi rifiuti. Non è facile come un tempo e oggi sicuramente è più difficile anche per i costi. Sicuramente sono molto ma molto maggiori, anche il trasporto incide da un punto di vista ambientale, per cui ogni intervento è valutato. L’obiettivo è di bloccare l’inquinamento che dà problemi di salute ai cittadini, insalubrità dell’ambiente. Se riusciamo a farlo anche con una messa in sicurezza, quindi non portando via il corpo rifiuti ma isolandolo, raggiungiamo il nostro obiettivo sicuramente a costi molto ma molto minori. Nella valutazione che viene fatta su ogni sito c’è una valutazione ripeto di tecnica, di inquinamento, di costi e anche di quello di come può essere riqualificato il territorio. Il testo unico ambientale è il quadro di riferimento».

Come viene regolato l’accesso alle informazioni

Daniela Vellutino, Linguista terminologa, prof.ssa di Comunicazione pubblica Università di Salerno

In Italia esistono diverse forme di accesso ai dati pubblici.
L’accesso documentale regolamentato dalla legge 241 del 1990
è la forma più tradizionale di richiesta d’accesso. Richiede un interesse diretto, concreto e attuale, riguarda documenti specifici ed è usato in ambito legale o amministrativo. Non è uno strumento adatto per attività giornalistiche o di monitoraggio civico, perché limita l’accesso solo a chi dimostra un interesse diretto. L’accesso civico semplice è regolato dal decreto legislativo 33 del 2013, cosidetto “Trasparenza e riguarda dati che la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di pubblicare (come i dati ambientali). Per l’accesso non serve motivazione e serve a chiedere la pubblicazione di dati mancanti. Alcuni esempi sono i dati mancanti sui bilanci, incarichi, dati obbligatori non presenti online.” «Sono passati oltre dieci anni dall’introduzione del diritto di accesso civico semplice in Italia con il decreto legislativo 33 del 2013  – spiega Daniela Vellutino, Linguista terminologa, professoressa di Comunicazione pubblica e linguaggio istituzionali all’Università di Salerno nel webinar Come esercitare la cittadinanza scientifica nel nostro tempo – che prevedeva all’articolo 5 la possibilità di ogni cittadino di richiedere dei dati e delle informazioni che dovrebbero essere presenti nei siti web istituzionali degli enti e a norma anche dell’articolo 40 in relazione proprio all’informazione sui dati ambientali – spiega Daniela Vellutino docente all’Università di Salerno – Purtroppo, nonostante siano passati oramai più di dieci anni nei nostri siti web non sono presenti nella sezione Amministrazione trasparente i contenuti che riguardano ad esempio i dati sulla gestione dei servizi pubblici e in particolare sui servizi di gestione dei rifiuti urbani».  È possibile, però, fare ricorso: «I ricorsi contro la pubblica amministrazione costano però bisogna fare massa critica per individuare quali informazioni possono essere richieste e che non vengono considerate dallo Stato italiano e dalle singole pubbliche amministrazioni come soggette al segreto di Stato o segreto industriale».

Lo strumento principale per ottenere dati e documenti dalla Pubblica Amministrazione è il FOIA (Freedom of Information Act) attualmente regolato dal decreto legislativo 33/2013, modificato dal decreto legislativo 97/2016: non serve motivazione per l’accesso, riguarda dati e documenti ulteriori rispetto a quelli obbligatori, è soggetto a limiti legati alla privacy, sicurezza, interessi pubblici e privati). Si tratta dello strumento più usato per le inchieste giornalistiche, monitoraggio civico e controllo sull’operato delle istituzioni.

Quando si parla di ambiente, il diritto è ancora più forte. Secondo la Convenzione di Aarhus e la normativa europea: non serve dimostrare un interesse diretto, i limiti sono più ristretti, prevale il diritto a conoscere gli impatti su ambiente e salute. Gli esempi sono la richiesta sui dati su inquinamento, emissioni, bonifiche e siti contaminati come i SIN Nella pratica, però, questo diritto è spesso disatteso o applicato in modo parziale. Molti dati ambientali, inclusi quelli utilizzati nelle nostre inchieste, sono stati ottenuti tramite FOIA, perché più efficace nelle risposte delle amministrazioni. Il diritto ambientale è più forte sulla carta, ma spesso il FOIA è più efficace nella pratica.

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Elisabetta Galgani

Giornalista professionista, dopo alcune esperienze come autrice tv, sono cresciuta nella carta stampata, con una particolare attenzione alle tematiche ambientali e sociali. Dal 2001 non ho mai smesso di scrivere, senza mettere da parte il mio attivismo.