Dopo anni di proteste, ricorsi e denunce, lo scorso 25 marzo la Regione Campania ha disposto la cessazione delle attività delle Fonderie Pisano, impianto siderurgico situato nel quartiere Fratte di Salerno. Il provvedimento arriva con il rigetto del riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), motivato dal mancato adeguamento alle normative europee sulle emissioni (BAT) e rafforzato dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, il 6 maggio 2025, ha condannato l’Italia per non aver tutelato i residenti dall’inquinamento. Un esito che rappresenta una nuova vittoria nella lunga vicenda segnata da una mobilitazione civica lunga più di vent’anni, con un ruolo centrale del Comitato Salute e Vita.
Il ruolo dei cittadini nell’ultimo passaggio verso la chiusura delle Fonderie di Fratte
Un attivismo che è stato partecipe anche nei passaggi tecnici come, in ultimo, la Conferenza di servizi che ha preceduto la decisione regionale. «Ci siamo costituiti anche noi insieme a Medicina Democratica», racconta a Cittadini Reattivi Lorenzo Forte, presidente del Comitato Salute e Vita, «e abbiamo chiesto di partecipare attivamente alla Conferenza di servizi come uditori, e siamo stati accolti. Abbiamo potuto seguire tutti i lavori e analizzare il progetto delle Fonderie Pisano».
Dopo il rigetto dell’AIA, la società delle Fonderie Pisano ha presentato ricorso al TAR, ma anche in questo caso la risposta è netta. «Il TAR ha stabilito che va garantita la salute», afferma Forte, «riconoscendo che la Regione aveva operato in maniera corretta e richiamando la sentenza della CEDU che sancisce i danni alla popolazione».
«Abbiamo pensato che fosse utile coinvolgere la popolazione», racconta, «e in due giornate di raccolta firme, insieme ai nostri avvocati, abbiamo raccolto 301 adesioni in poche ore». Un dato che assume un valore simbolico e politico.
«Trecentouno persone, uomini e donne esasperati, stanchi, che hanno avuto lutti o sono malati», spiega Forte, «sono venuti a sottoscrivere il ricorso ad opponendum, arrivando ad avere il doppio dei ricorrenti alla Corte europea dei diritti dell’uomo».
Una partecipazione che, per il Comitato, rappresenta uno degli elementi più significativi dell’intera vicenda. «Questa è stata una delle cose più belle», afferma, «una cittadinanza attiva che si ribella all’arroganza e chiede salute, vita e lavoro dignitoso».
La vicenda, comunque, non può ancora considerarsi chiusa. La proprietà dello stabilimento, infatti, dopo aver presentato ricorso al Tar ha successivamente impugnato il provvedimento davanti al Consiglio di Stato, chiamato ora a pronunciarsi in via definitiva. Un passaggio che mantiene aperto il contenzioso, pur dentro un quadro amministrativo che ha già segnato un punto di svolta con la cessazione delle attività.
Dalle assenze al parere negativo a tutela della salute: la spinta dal basso sull’ASL
Nel percorso che ha portato alla chiusura delle Fonderie Pisano, il Comitato Salute e Vita, insieme a Medicina Democratica è intervenuto anche nei confronti dell’ASL, Lorenzo Forte ricorda che, nella prima seduta della conferenza dei servizi, l’ASL non era presente: «l’Asl e il Comune di Salerno non erano venuti, non avevano partecipato».
Dopo le segnalazioni istituzionali, e la stigmatizzazione da parte della Regione Campania, la situazione cambia. Successivamente, il Comitato viene contattato dalla direzione sanitaria: «il direttore generale dell’Asl ci ha ricevuto immediatamente, si è mostrato disponibile e si è scusato perché non era stato informato della mancata partecipazione».
Da quell’incontro segue la svolta nell’audizione successiva della Conferenza dei Servizi: «l’Asl questa volta ha partecipato e ha dato parere negativo, assumendosi la responsabilità della tutela della salute».

Tuttavia, la richiesta di un intervento dell’ASL non nasce oggi.
Per il Comitato Salute e Vita e per la rete di realtà che da anni segue il caso Fonderie Pisano, il tema degli approfondimenti sanitari e del ruolo dell’azienda sanitaria locale è centrale da tempo.
«In queste aree ci sarebbero tutti i presupposti per degli studi ambientali e sanitari che forniscano dati epidemiologici puntuali e mirati. Ma questo non avviene purtroppo», spiegava a Cittadini Reattivi il medico otorinolaringoiatra e vicepresidente di Medicina Democratica Paolo Fierro a dicembre 2025.
Insieme al Comitato Salute e Vita, Fierro aveva già inviato nell’ottobre 2025 una nuova diffida all’ASL di Salerno, dopo una prima del 2022, segnalando che dalle «ultime ispezioni effettuate dall’Arpac è emerso che l’attività delle Fonderie Pisano viene svolta in contrasto con le condizioni imposte dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) del 2020». Nel documento si evidenzia anche che “la produzione avviene con l’utilizzo del forno alimentato a carbon coke messo al bando dall’UE e motivo di verifica dell’AIA da parte della Regione Campania”.
Alla ASL veniva quindi chiesto quali iniziative intendesse intraprendere sul territorio “al fine di verificare ed eliminare i danni prodotti dall’industria e che posizione intenda assumere nella prossima Conferenza dei Servizi (conclusa a marzo 2026, ndr) per il riesame dell’AIA”. La diffida sollecitava inoltre indagini sulla mortalità per microaree, il rafforzamento del Registro Tumori e l’affiancamento agli screening di un biomonitoraggio preventivo, in continuità con lo Studio SPES, integrato con dati ARPAC e mappe di rischio aggiornate.
Dallo Studio SPES agli studi indipendenti: il contributo del Comitato e dei cittadini
Ad accertare le conseguenze sanitarie nell’area attorno alle Fonderie è stato lo Studio Spes, lo Studio di Esposizione nella Popolazione Suscettibile della Regione Campania.
Anche in questo caso, il ruolo del Comitato Salute e Vita è stato determinante. «Tutto ciò che abbiamo ottenuto, anche lo studio stesso, è stato ottenuto dai cittadini perché hanno lottato e non si sono arresi», afferma il presidente Lorenzo Forte.
Inizialmente l’area della Valle dell’Irno non era inclusa nel monitoraggio. «Con la mobilitazione e con l’azione di una giovane donna, che nel 2016 si mise in tenda davanti alla fabbrica dopo l’ennesimo morto, siamo riusciti a far emergere quello che stava accadendo», racconta Forte. Da quella protesta nacque un’interlocuzione con la Regione e la firma di un protocollo d’intesa che portò all’inserimento di due cluster della Valle dell’Irno di indagine entro un raggio di tre chilometri dalle Fonderie.
In quel percorso, il Comitato ha svolto anche una funzione chiave nel coinvolgimento diretto della popolazione. In qualità di “cittadinanza attiva”, ha collaborato al biomonitoraggio supportando gli operatori sanitari e contribuendo al reclutamento dei partecipanti allo studio. «Se non ci fossimo stati noi, quel territorio non sarebbe stato indagato», sottolinea Forte.
I risultati hanno restituito un quadro allarmante: livelli di mercurio, cadmio, diossine e PCB fino a cinque volte superiori rispetto alla media regionale, con esposizioni associate a un aumento del rischio di tumori e altre patologie.
Nonostante la rilevanza dei dati, lo studio completo non fu reso immediatamente disponibile. «Lo studio integrale ci fu consegnato solo dopo il ricorso al Tar», ha spiegato l’avvocato amministrativista Franco Massimo Lanocita, legale del Comitato. «Abbiamo ottenuto l’ordine alla Regione di consegnare il testo completo, che confermava l’accumulo di metalli pesanti, diossine e PCB nella popolazione».
Parallelamente, il Comitato ha agito anche sul piano giudiziario, ottenendo un nuovo studio. «Ci siamo sempre costituiti nei processi e abbiamo fatto opposizione quando volevano archiviare per disastro ambientale e omicidi colposi», racconta Forte. «Il GIP ha imposto di non archiviare e di svolgere uno studio epidemiologico. E quello studio condotto dai professori Biggeri e Forastiere che ha accertato il nesso causale: è storia». Un passaggio che, conclude, è stato possibile «grazie alla pressione, alla denuncia e alla mobilitazione della popolazione».
Accanto a questi studi, nel tempo sono emerse anche iniziative indipendenti promosse direttamente dai cittadini. A richiamarle è il medico otorinolaringoiatra e vicepresidente di Medicina Democratica, Paolo Fierro: «Anche nel loro siero sono state trovate queste sostanze. Ciò significa che queste persone, pur non avendo nessun sintomo al momento del prelievo, sono possibili candidate a sviluppare delle patologie». Uno studio realizzato, sottolinea, «a spese dei cittadini, sempre».
Nel 2022, diversi residenti nell’area attorno alle Fonderie hanno infatti effettuato analisi su base volontaria, riscontrando la presenza di metalli pesanti e inquinanti già evidenziati dallo Studio Spes.

Tra loro c’è anche Anna Risi, insegnante in pensione che a Cittadini Reattivi racconta: «Anche io partecipai allo studio indipendente e ho scoperto di avere valori altissimi di mercurio e cadmio». Risi vive a Coperchia, sull’altra sponda del fiume Irno, di fronte allo stabilimento. «Improvvisamente mia figlia si ammalò di leucemia mieloide acuta a 19 anni. A Roma l’équipe medica mi chiese se ci fossero impianti siderurgici vicino casa». Dopo
dieci anni, un’altra malattia colpisce la famiglia: «Mio marito si è ammalato di glioblastoma
multiforme al cervello. Ho capito dopo che non potevo definirlo destino».
Le storie: dalla perdita all’impegno
Accanto ai dati e alle battaglie collettive, la vicenda delle Fonderie Pisano è attraversata dalle storie personali di chi ha trasformato il dolore in impegno.
Anna Risi, insegnante in pensione, è una di queste. Il suo ingresso nella mobilitazione avviene quasi per caso: «Mio figlio mi ha avvisato che stavano protestando fuori la fonderia. Andai e da lì conobbi il presidente, Lorenzo Forte, e da lì non mi sono mai fermata».
Da quel momento la sua partecipazione diventa costante, intrecciandosi con una vicenda familiare segnata da lutti. Ex docente di scienze e matematica, Risi ha continuato a portare avanti anche il suo impegno educativo, cercando di trasmettere ai suoi alunni il legame tra ambiente e salute. «Ancora di più dopo le tragedie che ho subito, ho provato in tutti i modi a trasmettere loro l’importanza di diventare cittadini consapevoli», racconta.

Negli anni ha raccolto le testimonianze dei suoi ex studenti, oggi adulti, per capire cosa fosse rimasto di quel percorso. «Dalle risposte emerge che quelle lezioni non sono andate perdute», spiega, sottolineando come gesti quotidiani come la raccolta differenziata, il risparmio di acqua ed energia e la riduzione della plastica siano diventati comportamenti concreti.
Anche Antonio Di Giacomo, imprenditore, lega il suo percorso a una vicenda familiare. «Tra le cartelle cliniche analizzate durante i processi c’è anche quella di mia madre», racconta. Per oltre trent’anni si è occupato dello sviluppo e della produzione di «particolari componenti biologici e microbici per la degradazione delle sostanze tossiche», operando quindi già in un ambito legato alla gestione e al trattamento degli inquinanti.
«Dopo la malattia subita da mia madre – continua – mi sono dedicato ad un altro campo: la depurazione dell’aria indoor», spiega. Nel tempo è stato affiancato anche il Dipartimento di Biologia e Chimica dell’Università degli Studi di Salerno ed è arrivato a brevettare un macchinario dedicato alla riduzione degli inquinanti negli ambienti chiusi.

Le iniziative: vent’anni di mobilitazione dal basso
Per oltre vent’anni il Comitato Salute e Vita ha costruito una mobilitazione continua, fatta di azioni pubbliche, iniziative culturali e pressione istituzionale. Un lavoro che, secondo il presidente Lorenzo Forte, ha attraversato ogni livello possibile di sensibilizzazione.
«Abbiamo fatto di tutto. In questi 23 anni ci siamo mossi in tutte le direzioni e abbiamo sensibilizzato attraverso decine e decine di attività», racconta. Tra le prime grandi iniziative ricorda il corteo del 2014, quando «portammo mille persone in strada, con cittadini che arrivavano anche da Napoli», fino ai presìdi sotto il Comune e la Prefettura.
La protesta si è spesso intrecciata con momenti di forte impatto simbolico. «Abbiamo fatto manifestazioni al Parco Pinocchio, invaso dalla puzza della Fonderia, a quattro chilometri dagli impianti, con i clown di un’associazione di Battipaglia legata a un bambino morto di leucemia», spiega Forte. In quell’occasione, la sensibilizzazione passò attraverso attività con artisti che operano negli ospedali pediatrici, per legare la
dimensione ambientale a quella sanitaria.
Il Comitato ha portato la sua battaglia anche nelle istituzioni nazionali. «Siamo andati alla Camera dei Deputati a presentare il fumetto Nero Acciaio», racconta, affiancando alla denuncia strumenti narrativi e culturali.
Tra le iniziative più significative anche la produzione audiovisiva. «Abbiamo promosso un cortometraggio con il regista Luigi Di Domenico, che ha vinto il premio per la migliore regia in un festival a Barcellona con 700 corti», spiega Forte, sottolineando il riconoscimento internazionale del lavoro.
Si tratta del cortometraggio “Marianna”, diretto da Luigi Di Domenico, con la sceneggiatura da Davide Bottiglieri, che ha ottenuto il premio per la Miglior Regia al The North Film Festival di Barcellona.
Il film, liberamente ispirato alla vicenda delle Fonderie Pisano, immagina uno scenario distopico in cui la logica del profitto ha progressivamente soppiantato ogni principio etico. La protagonista, una giovane artista conosciuta come Marianna, diventa il simbolo di una ribellione che passa attraverso i suoi murales, capaci di scuotere la città. La narrazione ha l’obiettivo di restituire la complessità e il peso del conflitto vissuto da lavoratori e famiglie.
Accanto alle forme artistiche, la mobilitazione ha assunto anche connotazioni religiose e simboliche. «Abbiamo fatto una Via Crucis a Fratte con Marco Ramondi, ogni stazione legata a un passaggio dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco», ricorda, insieme a messe, presìdi e azioni diffuse nei quartieri.
Non sono mancati momenti di comunicazione diretta nei territori: «Siamo andati con le trombe sulle macchine nei quartieri periferici dei tre comuni per raccontare quello che accadeva», racconta ancora Forte.
All’inizio, sottolinea, la risposta era spesso di diffidenza: «Eravamo pochi, visti come visionari, come gente che voleva far perdere il lavoro». Poi, nel tempo, la percezione è cambiata. «Abbiamo convinto con i fatti e purtroppo anche con i morti, raccontandoli», dice.
Un percorso lungo, che il presidente sintetizza così: «Tutte queste pratiche avevano un solo obiettivo, la chiusura delle fonderie».
Una storia alle battute finali? La proposta di un parco urbano
Tra le iniziative più simboliche promosse dal Comitato Salute e Vita c’è anche un lavoro di elaborazione culturale che immagina il futuro dell’area delle Fonderie non solo come luogo di conflitto, ma come spazio di rinascita. È il caso del fumetto “Nero Acciaio”, scritto da Davide Bottiglieri e Salvatore Parola, che costruisce una narrazione in cui il racconto della crisi ambientale si intreccia con una possibile restituzione ai cittadini.

Nel finale dell’opera, infatti, la vicenda si chiude con l’emersione della verità sul disastro ambientale e con una svolta simbolica: la trasformazione dell’area industriale in un parco urbano. Un luogo restituito alla collettività, pensato anche come spazio della memoria per le vittime dell’inquinamento e per chi ha pagato il prezzo più alto della vicenda.
Un’ipotesi che oggi viene rilanciata come proposta concreta dal Comitato. «Tornando alle buone pratiche – spiega Lorenzo Forte – abbiamo anche investito sul piano culturale con il fumetto Nero Acciaio che conclude proprio con la nascita di un parco urbano, con la politica che finalmente prende atto e con la restituzione dell’area alla comunità».
Per il presidente del Comitato, però, la proposta non si esaurisce nella dimensione simbolica. Alla base c’è una richiesta precisa: da un lato la bonifica integrale dell’area, dall’altro la tutela dei lavoratori coinvolti nella crisi industriale. «Le due cose fondamentali sono la bonifica e la presa in carico dei lavoratori da parte delle
istituzioni», sottolinea Forte, evidenziando come non sia possibile separare il tema ambientale da quello sociale.
La proposta del parco urbano diventa così anche una forma di risarcimento collettivo, pensata per ricucire un territorio segnato da anni di esposizione all’inquinamento. Un’idea che, nelle parole del Comitato, assume anche un valore civile: trasformare un’area di produzione e conflitto in uno spazio pubblico dedicato alla memoria
e alla salute.
In questa prospettiva, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, la vicenda delle Fonderie non riguarda solo il passato industriale del territorio, ma apre anche una riflessione sul suo futuro urbanistico e sociale, tra bonifica, riconversione e restituzione alla comunità.