“Nonna Maria ha fatto la sarta per una vita: mani di sarta (…). E mentre disegnava, cuciva e tagliava, dalla finestra le scorreva davanti una Valle e un fiume: il Sacco. A cui tutti prendevano le misure e a cui tutti disegnavano un vestito buono, con l’Italia che dettava la moda e nà Ciociaria che seguiva”.
Inizia così Mani di Sarta, lo spettacolo scritto da Andrea Di Palma e Federica Ponza e interpretato da Di Palma. «Con la nostra associazione MadeInTerraneo APS – che ha sede ad Anagni (Fr) -, abbiamo voluto parlare dal punto di vista di chi ha subito il disastro ambientale della Valle del Sacco», racconta l’attore a Cittadini Reattivi.
«È stato un lavoro di ricerca, abbiamo letto i dati e i fatti di cronaca. Ma abbiamo anche voluto intervistare tutte le persone che hanno avuto delle ripercussioni dall’inquinamento presente in questa Valle», continua di Palma.
Nel racconto sul palco, la Valle prima della trasformazione industriale, è un paesaggio poetico: “Sta Valle era tutta una distesa de raso verde. Il fiume era un filo di lana azzurro, ricamato dietro una casa, un campo, una vigna. I campi di grano erano lino fresco e poi tutto si increspava come i pantaloni di velluto a coste marroni di nonno a forma di montagna. Montagne piccole Andrè, basse come nonna. Ma quello che basta a fermare il vento che arriva dal mare (…). E la sera, quando la luna si nascondeva dietro queste montagne. Buie mamma mia, non si vedeva niente. Tutta scura questa campagna, adesso sembra giorno pure la sera con tutte queste luci accese”.

Dedicato alla nonna dell’attore, una sarta che, come spiega di Palma «è una delle tante persone che hanno vissuto il territorio non dal punto di vista dell’industria, ma dal punto di vista dell’artigiano e, quindi, con tempi diversi da quelli della fabbrica».
Nel processo creativo, il materiale raccolto si è stratificato fino a diventare drammaturgia. Di Palma racconta come, procedendo dagli anni Sessanta fino ad oggi, insieme al territorio cambi progressivamente la consapevolezza collettiva: «Abbiamo notato che decennio dopo decennio muta il punto di vista: dall’inconsapevolezza iniziale a una presa di coscienza sempre più netta dei fenomeni».
Il progetto, che racconta in maniera minuziosa attraverso esperienze reali un territorio deturpato dal progresso, del compromesso salute-lavoro e della crisi sanitaria dovuta all’inquinamento, nasce dall’esigenza di mettere insieme «attraverso la metafora della sartoria, i frammenti di una storia che abbiamo trovato spezzettata. Non abbiamo l’arroganza – continua l’attore – di dire che l’abbiamo ricomposta davvero. Forse l’abbiamo fatto anche per comprenderla noi e per darle una forma che potesse essere vista, compresa e discussa dalle persone che l’avrebbero vista». La restituzione scenica, aggiunge, ha avuto un riscontro inatteso: «Lo spettacolo ha girato molte città, soprattutto del territorio, ma anche fuori regione. E ovunque le persone hanno riconosciuto lo stesso
meccanismo».
Parallelamente al teatro, MadeInTerraneo APS estende la sua attività anche sul piano sociale, come nel progetto “Una Coperta per Nico” che coinvolge volontari nella realizzazione di coperte destinate ai senzatetto attraverso l’associazione Sheep di Saverio Tommasi. E poi c’è una dimensione comunitaria di un territorio che, comunque, ha una grandissima valenza storica e paesaggistica. «Anagni, come tutto il territorio, ha un’enorme importanza culturale – dice Di Palma -, tanto che la candidatura che c’è stata nei mesi scorsi come Capitale della Cultura è un segno importante anche se ha escluso la cittadinanza nella scelta di candidarla. Noi invece cerchiamo di fare il contrario e capire quali sono le istanze e le richieste delle persone. Per questo in estate realizzeremo la seconda edizione del MadeInTerraneo Fest che è stato sostenuto dal crowdfunding perché le istituzioni non hanno approvato il progetto. Le persone hanno donato in più di 100 e questa è la testimonianza che vogliono questo tipo di attività».
Il Festival si svolgerà al Parco della Rimembranza di Anagni, luogo che, come racconta l’attore era un «punto di ritrovo importante per la città. Era un parco molto bello che poi ha smesso di essere valorizzato. A noi piaceva l’idea di trasformarlo in una sorta di Agorà, la conformazione è quella. Poi di fronte si apre la Valle del Sacco, infatti proprio qui con Federica Ponza abbiamo scritto lo spettacolo immaginandoci come poteva essere affacciarsi qui senza l’impatto di industrie e capannoni».

Il festival nasce da una domanda precisa: «com’è possibile che in una città di 20.000 abitanti non sia presente un teatro? Com’è possibile che si risponde a delle logiche industriali e non possiamo andare avanti nel pensare insieme un luogo come un teatro, un auditorium, un centro polivalente per i giovani?». Per Di Palma, si tratta anche del tema di spazio pubblico: «è la possibilità di riprenderci anche una piazza e poterla dedicare all’incontro della cultura».
L’associazione, spiega, ha partecipato «a tantissime riunioni e manifestazioni che si sono occupate di quello che sarà il futuro di questo territorio», sia «nei progetti che vanno contro l’industrializzazione bellica di questo territorio, sia su quelli che vogliono vederlo solo come un polo logistico». Una visione che l’associazione contesta: «pensiamo che invece ci sia spazio per tanto altro» e che questa tendenza rappresenti «un appiattimento di quelle che possono essere le varie istanze che vengono dal basso».
Un territorio interconnesso oltre il perimetro del SIN
Anagni (Fr) è uno dei 19 Comuni che ha hanno delle aree perimetrate nel Sito di Interesse Nazionale Bacino del Fiume Sacco. Un SIN che coinvolge circa 200.000 residenti e che è il terzo per estensione terra in Italia.
Eppure la Valle del Sacco non è solo una zona di sacrificio. Non è soltanto il perimetro delle bonifiche incompiute, delle acque e dei terreni contaminati dall’industria chimica e dell’emergenza sanitaria: un compromesso del lavoro che ha dato l’industria.
Parliamo di un territorio che, partendo dai Comuni dell’area più a sud della provincia di Roma, arriva a comprendere anche i 91 Comuni della provincia di Frosinone. Qui, tra i monti Ernici e i Monti Lepini, i borghi raccontano storia, cultura eno-gastronomica e ricchezze paesaggistiche e naturalistiche.
Un territorio interconnesso così come accade in tutte le province. Per decenni, l’area industriale ha rappresentato lavoro per tutto il territorio e, sebbene le 200.000 persone che risiedono nella perimetrazione del SIN, subiscano maggiormente il peso sanitario e ambientale dell’inquinamento, il problema riguarda tutti, così come l’interdipendenza dei servizi e dei luoghi identitari e culturali. È proprio a partire da questo legame che chi vive quest’area continua a immaginare un futuro sostenibile, nonostante le ferite ancora aperte. Una contraddizione che Di Palma recita così: «Il potere, mi dice nonna, ti frega sempre più col dare, che col togliere».
Il Giardino Ousmane: come dal basso può nascere un’area verde
Per l’ex ingegnere chimico Massimo Silvestri, oggi volontario nel Giardino Ousmane, il tema dell’interconnessione passa prima di tutto attraverso gli spazi condivisi. Nato nel 2020 «da una scommessa», questo angolo verde si trova nell’area retrostante del Convitto Regina Margherita, ancora oggi una delle scuole della città di Anagni. Siamo nel centro cittadino, a pochi metri da Porta Cerere, uno dei monumenti storici più importanti della cittadina. Il Convitto e l’annessa area verde vengono fondate nel 1889 su iniziativa del sindaco Giovanni Giminiani e del ministro dell’istruzione Ruggero Bonghi. Il terreno di circa 4 ettari è parzialmente coltivato a uliveto ormai secolare e si estende dalla “Casina Bonghi” lungo il pendio che scende verso il ruscello Rio. Nel tempo, proprio da questo uliveto abbandonato prende forma il progetto di recupero che oggi ha trasformato l’area in un sistema di spazi aperti, percorsi e funzioni sociali.
«La scommessa iniziale – dice Silvestri a Cittadini Reattivi – era quella di donare uno spazio verde alla città perché non ne ha». Da qui l’idea «di far diventare il Rio l’ingresso ad un parco suburbano in quest’area opposta alla Valle del Sacco. Vogliamo tutelare almeno la zona nord che, attraverso la strada vecchia per Fiuggi, se recuperata, ci
permetterebbe di raggiungere il Lago di Canterno e oltre. È una zona bellissima e abbiamo già presentato l’idea al CRAL».
La mente e il cuore dei progetti che nascono attorno all’area verde è l’Associazione Sconfinatamente ODV e, quando entrò nell’area la natura si era completamente ripresa i suoi spazi. Negli anni il Giardino Ousmane è stato trasformato lentamente e, attorno a quel che resta della Casina Bonghi, delle stalle, del vecchio lavatoio e forno, sono nati: un museo delle pietre per i bambini, un campo da bocce, aree picnic e barbecue dove «dopo la presentazione di un libro si mangia insieme e si fa comunità», una biblioteca all’aperto, un teatro nato durante la pandemia per ospitare spettacoli, un percorso nel bosco dedicato all’educazione ambientale per le scuole e un sentiero delle poesie.

L’idea, racconta Silvestri, è quella di «accogliere tutti»: anziani, bambini, persone con disabilità e persone migranti. Negli anni il giardino ha avviato attività anche con il Centro di Salute Mentale. «Quello che ci manca è proprio il senso della comunità, dello stare insieme, della condivisione».
C’è poi l’area cani, costruita «come risposta polemica» a quella realizzata dall’amministrazione «nel cemento e nel bitume». Qui, invece, gli animali corrono tra alberi e prato. «Quando entrano impazziscono di gioia. Ti fanno capire quanto il contatto con la natura sia necessario anche per noi».
Il giardino porta il nome di Ousmane, un giovane lavoratore africano morto in un incidente sul lavoro proprio ad Anagni. Un’altra area, la biblioteca, è dedicata a un amico scomparso per tumore. «Incidenti sul lavoro, tumori», ripete Silvestri, collegando le storie personali a quello che l’industria ha tolto al territorio.
Nel giardino si piantano alberi, ginestre, ulivi e fiori, sono arrivate anche le api, e ogni spazio viene costruito collettivamente. «La formula è: pulire, pulire, pulire», spiega. «Il primo pulire è l’impegno che ci mettiamo manualmente, il secondo è pulire la mente, avere un progetto chiaro, il terzo è pulire il cuore, perché la comunità è il cuore di tutto». Per questo, conclude, «il giardino è di tutti». il Giardino Ousmane prova così a diventare un
luogo di riscatto e connessione. «La città è nostra», dice Massimo Silvestri, «e dobbiamo costruirla sulle esigenze delle persone».
ReTuVaSa: dalla presa di consapevolezza al laboratorio di riconversione
A questa lettura strutturata del territorio come sistema complesso si lega l’esperienza della Rete Tutela Valle del Sacco (ReTuVaSa) nata nel 2008. Come racconta il presidente della Rete Alberto Valleriani a Cittadini Reattivi, la genesi è ambientale e territoriale insieme: «ci eravamo accorti che qualcosa non andava, di una correlazione tra la
presenza dell’industria ingombrante, dell’industria bellica storica di Colleferro e le questioni dell’inquinamento ambientale».
Il contesto, ricorda, è quello del Sito di Interesse Nazionale, già avviato nel 2005 ma sostanzialmente sconosciuto alla popolazione: «noi nasciamo nel 2008 quasi a ridosso della pubblicazione del primo articolo in cui si venne a sapere che la popolazione della Valle del Sacco era contaminata dal beta-esaclorocicloesano, che derivava storicamente dall’industria chimica di Colleferro».

La prima fase dell’azione non è immediatamente conflittuale ma conoscitiva: «la prima cosa che abbiamo fatto, non avendo informazioni, è stata quella di attivarci verso la Regione e verso l’Ufficio commissariale». Valleriani insiste sul punto: «la prima pratica che abbiamo attivato è stata quella della conoscenza: cercare di capire, di avere più informazioni possibili per approfondire il tema». L’accesso ai documenti diventa una soglia decisiva: «riuscimmo ad avere la prima pubblicazione, un librone con tutte le operazioni della bonifica».
Da quel momento il lavoro diventa progressivamente sistematico. «Ci siamo messi a studiare: per noi all’inizio sembrava quasi arabo, però man mano abbiamo preso confidenza». È qui che arriva la seconda “co”: «la comunicazione». «Abbiamo iniziato a tambureggiare sui sistemi di stampa per far conoscere alle persone in che luogo vivevamo e quali erano i problemi ambientali».
ReTuVaSa diventa così un punto di riferimento territoriale.. Nel tempo, racconta, «sono nate anche altre associazioni» e il lavoro locale si collega a esperienze nazionali: «abbiamo partecipato al coordinamento nazionale dei siti contaminati». Valleriani cita figure come «Marino Ruzzenenti a Brescia», «Augusto De Santis per il SIN di Bussi» e «Alessandro Marescotti giù a Taranto».
Il passaggio successivo riguarda la terza “co”: «la consapevolezza delle persone». La comunità, inizialmente descritta come «a bassa reattività», «ha iniziato ad avere consapevolezza e quindi a partecipare». Non si tratta solo di manifestazioni, ma anche di pratiche diffuse di attenzione al territorio: «quando c’è la schiuma nel fiume, quando ci sono sversamenti, subito partono le segnalazioni». È il segno, spiega Valleriani, che «le persone hanno iniziato a capire che il fiume Sacco è un elemento importante per la salvaguardia dell’ambiente e della salute».
Da qui si arriva alla quarta “co”: «la coscienza». Valleriani la definisce «una sublimazione della consapevolezza: quando arrivi alla tua forma di coscienza per il territorio e per la giustizia sociale, che include anche quella ambientale, a quel punto puoi fare qualsiasi cosa».
Nel racconto emerge anche il rapporto con le istituzioni, segnato da fasi alterne: «all’inizio interagimmo con la Regione e col Ministero». Un passaggio importante è stato il coordinamento dei sindaci della Valle del Sacco, definito «una pratica esplorativa e conoscitiva», poi interrotta: «cadde miseramente».
Parallelamente si sviluppa il lavoro nelle scuole e la costruzione di competenze interne giuridiche, chimiche, amministrative: di citizen science. «Questo ti aiuta. Se poi anche i media ti riconoscono, tutto l’insieme di queste cose ti permette di avere credibilità sul territorio».
Negli ultimi anni il fronte si sposta verso nuove trasformazioni del territorio. Valleriani parla di «laboratorio di riconversione e rigenerazione territoriale» iniziato di recente. Il riferimento è rivolto anche a processi industriali recenti, tra cui una nuova produzione legata al settore bellico europeo: «un’economia globale che cala dall’alto nel cuore della Valle del Sacco senza confronto».
Valleriani indica nella riconversione territoriale il passaggio decisivo per il futuro del territorio. «Nel distretto della Ruhr tedesca, dove processi simili hanno prodotto risultati straordinari. Là il turismo è cresciuto enormemente». Parliamo di un modello capace di trasformare territori segnati dall’industria in reti culturali, ambientali e sociali.
Per ReTuVaSa, il nodo centrale è superare una condizione permanente di emergenza: «dobbiamo passare da una logica difensiva a una offensiva, perché siamo stanchi di reagire continuamente a logistica, rifiuti, biogas, fotovoltaico privato». Secondo Valleriani, «ogni volta che c’è un impatto economico, la Valle del Sacco viene
aggredita», motivo per cui «vanno ridefiniti gli asset sociali ed economici, che porteranno anche a quelli ambientali».
La proposta si basa su una connessione «tra comuni, un “modello cellulare”: ogni comune ha caratteristiche diverse». Valleriani cita Colleferro città di fondazione, Anagni città dei papi, i Monti Ernici e Lepini con percorsi naturalistici e enogastronomici, fino al turismo religioso: Anagni, Fossanova, Trisulti e Alatri che custodisce una delle ostie incarnate. A questo si aggiunge Fiuggi, città termale che ha una grande capacità ricettiva
alberghiera. «Si possono creare reti», sintetizza.
Nel ragionamento rientra anche il recupero delle infrastrutture dismesse: «c’è la vecchia ferrovia Roma-Fiuggi che potrebbe diventare pista ciclabile e percorso ciclo-pedonale lungo il fiume, con riqualificazione degli impianti dismesse». Un progetto che, nelle parole di Valleriani, richiede soprattutto una capacità di immaginazione collettiva. Per questo, conclude, «serve un percorso aperto e partecipato».
Dentro le ferite lasciate dall’industrializzazione, quindi, la Valle non appare soltanto come un territorio segnato dall’inquinamento, ma anche come uno spazio attraversato da tentativi di ricostruzione sociale, culturale e ambientale. Ed è proprio dentro questa rete di relazioni, conflitti e pratiche collettive che prende forma l’idea di un futuro diverso per il territorio.