«Gli abitanti non hanno mai scelto tra salute e lavoro. Diciotto decreti legge Salva ILVA in dodici anni hanno parlato al posto nostro. Hanno scelto per noi»
Il 3 dicembre 2025, al Parlamento europeo, Massimo Castellana, portavoce dei Genitori Tarantini, prende la parola. L’occasione è la presentazione del documentario-inchiesta “Taranto chiama”. Taranto, ricorda, è stata inserita nel 2022 nel Rapporto delle Nazioni Unite su inquinamento e diritti umani, tra le trenta “zone di sacrificio” del pianeta, territori in cui governi e imprese accettano livelli di impatto ambientale incompatibili con la tutela dei diritti umani fondamentali.
«Le zone di sacrificio sono una macchia sulla coscienza collettiva dell’umanità», cita dallo stesso Rapporto ONU, Castellana, domandandosi: «Gli abitanti vengono trattati come usa e getta. Come può l’Unione Europea accettare che nel proprio territorio esista una zona di sacrificio?».
La principale causa del disastro ambientale e sanitario, in quella che fu la capitale della Magna Grecia, come rilevato sul campo dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite su inquinamento e diritti umani, Marcos A. Orellana, è la presenza a ridosso del centro storico della città, dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, l’ex ILVA, ora Acciaierie d’Italia.

Operai e bambini, i primi a pagare il prezzo di un ambiente insalubre
Sono i bambini del quartiere Tamburi e delle zone limitrofe all’insediamento produttivo a risentire per primi gli effetti della pressione ambientale di un impianto di tale dimensione, costruito, negli anni sessanta, a ridosso della città. Sono i dati epidemiologici contenuti nei rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’Istituto Superiore di Sanità con il progetto SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento, che lo attestano.
Insieme a bambini e adolescenti, chi lavora all’interno della fabbrica.
Claudio Salamida, operaio 37enne, padre di un bambino di tre anni, è morto il 12 gennaio 2026, cadendo da un’impalcatura all’interno dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Salamida è stato l’dodicesimo operaio morto all’interno del più grande stabilimento siderurgico d’Europa (dati INAIL).
Una sequenza che continua a non interrompersi. Il 3 marzo 2026 è morto in un incidente analogo, Loris Costantino di 36 anni.
Se si allarga lo sguardo ai dati INAIL e ASL Taranto (2005–2024) sullo stato di salute dei lavoratori, resi noti dalla già europarlamentare Rosa D’Amato, il quadro diventa sistemico: 13.728 infortuni denunciati, 12.341 riconosciuti, 67 infortuni gravissimi o mortali, 691 decessi collegati a malattie professionali negli ultimi vent’anni. Senza dimenticare 2.035 casi di malattie professionali riconosciute e 934 casi di tumori.
E mentre si discute di rilancio industriale, i dati mostrano che le denunce di malattie professionali sono quasi raddoppiate nel biennio 2022–2024, passate da 145 a 289, mentre la forza lavoro è passata dai picchi superiori ai 15 mila addetti degli anni novanta, agli attuali circa 8 mila, tra personale operativo e in cassa integrazione.

Un impianto sotto sequestro giudiziario che marcia in violazione delle norme europee
Mentre scriviamo, l’impianto opera con gli impianti sotto sequestro, senza facoltà d’uso, da parte della Procura della Repubblica di Potenza. L’altoforno 2 (AFO2) appena rimesso in funzione, il giorno 24 febbraio 2026 ha scaricato sulla città fumi e polveri, come attestano immagini e foto documentate dal giornalista Luciano Manna e Vera Leaks, già inviate alla Procura di Taranto. Anche l’altoforno 1 (AFO1) è sotto sequestro giudiziario a causa dell’incidente di un grave incidente che ne ha compromesso il funzionamento il 7 maggio 2025. Altoforno che aveva ripreso a funzionare da pochi mesi, inaugurato dal Ministro dello Sviluppo Economico, Adolfo Urso, il 15 ottobre 2024.
Lo stabilimento opera in regime di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) con il decreto n. 436 del 25 luglio 2025, la procedura europea che ne permette il funzionamento. Ma proprio il 7 maggio 2025 Bruxelles è tornata a chiedere conto allo Stato italiano del mancato recepimento della direttiva sulle emissioni industriali nella città spartana.

La procedura di infrazione della Commissione UE ferma da 13 anni
Da ben 13 anni, infatti, la Commissione europea sta valutando la conformità di tale autorizzazione alla Direttiva 2010/75/UE sulle emissioni industriali, nell’ambito della procedura di infrazione INFR(2013)2177.
Nel 2023 la Commissione aveva risposto alla nostra richiesta di chiarimenti che “le autorità italiane hanno adottato nel 2017 un Piano Ambientale con l’intenzione di risolvere tali questioni entro il 23 agosto 2023. La Commissione sta attualmente valutando le ultime informazioni comunicate dalle autorità italiane a questo riguardo”.
Risposta analoga ottenuta dagli parlamentari europei del gruppo Verts/ALE, Marino, Scudieri e Guarda, due anni dopo, alla loro interrogazione scritta del 11 settembre 2025, in cui hanno sollevato dubbi sulla compatibilità della procedura italiana con l’Industrial Emissions Directive, cioè la Direttiva europea sulle emissioni industriali. In particolare per il rinvio delle valutazioni sanitarie a fasi successive al rilascio dell’autorizzazione.
Il 4 novembre 2025 la Commissione europea ha risposto per iscritto, dichiarando che sta ancora valutando la conformità della legislazione italiana e del decreto AIA nell’ambito della procedura di infrazione INFR(2013)2177, in ottemperanza alla sentenza della Corte di Giustizia Europea.
La sentenza della Corte Europea di Giustizia che ha cambiato l’ordinamento italiano ed europeo
Il 25 giugno 2024, nella causa inibitoria C-626/22, il massimo organo di giustizia dell’Unione Europea e cioè la grande Camera della Corte di Giustizia Europea, su conclusioni conformi dell’Avvocatura Generale e della Commissione Europea, ha stabilito, con una decisione definitiva, che il trattato fondamentale dell’Unione e la direttiva sulle emissioni industriali (IED, Direttiva 2010/75/UE) impongono la sospensione dell’attività di quegli impianti che causano un grave pericolo per la salute e per l’ambiente.
Per scongiurare tale pericolo le norme in materia devono essere interpretate nel senso che la valutazione preventiva degli effetti dell’impianto su ambiente e salute umana deve essere parte integrante delle procedure di rilascio o riesame dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività (AIA). E che tale valutazione deve essere considerata in modo effettivo e tempestivo dall’autorità competente prima del rilascio o del riesame, tenendo in considerazione tutte le sostanze nocive emesse dagli impianti.
Il 25 luglio 2025 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha adottato il Decreto Direttoriale n. 436/2025 di riesame complessivo con valenza di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per lo stabilimento siderurgico Acciaierie d’Italia S.p.A. in A.S. nei Comuni di Taranto e Statte, con 472 prescrizioni ambientali, norme “correttive” che l’azienda deve ottemperare per ridurre l’inquinamento.
Prescrizioni che, invece di affrontare i problemi sanitari e ambientali alla base dell’emergenza tarantina, rischiano di restare un elenco di adempimenti senza effetto reale. Non c’è infatti alcun obbligo stringente di decarbonizzazione: l’unica richiesta è un piano, mentre l’AIA autorizza gli altiforni a carbone per altri dodici anni e non ha dato alcuna prescrizione con riguardo alle emissioni di polveri sottili (PM10 e PM2,5), nonché in tema di rimozione dell’amianto.
Come ribadito da Maurizio Rizzo Striano, avvocato dei ricorrenti nel procedimento pendente presso il Tribunale di Milano contro Acciaierie d’Italia, “questa nuova AIA si pone in contrasto con la sentenza della Corte di Giustizia e pertanto dovrà essere disapplicata dai giudici nazionali, con il conseguente ordine di sospensione immediata della produzione a carbone”.

L’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza Cordella e altri c. Italia del 24 gennaio 2019, per violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione, in relazione alla mancata adozione di misure adeguate a proteggere la popolazione di Taranto dai rischi ambientali connessi allo stabilimento siderurgico.

Il 23 ottobre 2025 sette associazioni nazionali e tarantine, (ISDE Medici per l’Ambiente, Peacelink, Genitori Tarantini, Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti, sindacato LMO, Ambiente e Salute per Taranto e Giustizia per Taranto), hanno presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) di Lecce contro l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) chiedendone, l’annullamento, fra gli altri motivi, perché non ha dato alcuna prescrizione circa l’abbattimento della sostanza nociva CO2, le cui emissioni sono la causa dei cambiamenti climatici in corso.
Il TAR ha fissato per il 19 maggio 2026 l’udienza di merito del ricorso, mentre come indicato dalla stessa Corte di Giustizia, secondo cui: «Se presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria Ilva dovrà essere sospeso», il pronunciamento sulla chiusura dell’area a caldo dell’ILVA spetta al tribunale di Milano.
Il Tribunale di Milano ordina la sospensione dell’area a caldo
E proprio Il 25 febbraio 2026 il Tribunale di Milano, Sezione XV civile, specializzata in materia d’impresa, ha parzialmente disapplicato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA 2025) e ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ILVA di Taranto, condecorrenza dal 24 agosto 2026.
Il decreto richiama espressamente la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 (causa C-626/22), ribadendo che,in presenza di pericoli gravi e rilevanti per la salute e per l’ambiente, l’attività deve essere sospesa.
La disapplicazione riguarda alcune prescrizioni dell’AIA ritenute carenti, tra cui il monitoraggio delle polveri sottili (PM10 e PM2,5), il regime dei cosiddetti “wind days”, la gestione dei serbatoi contenenti sostanze pericolose, le emissioni diffuse nella fase di trasferimento del coke e altri interventi per i quali non erano stati previsti tempi certi di attuazione.
Il decreto non è immediatamente esecutivo e potrà essere impugnato nei termini di legge. L’ordine di sospensione cesserà di avere effetto qualora le società resistenti presentino un’integrazione dell’AIA con tempi certi e ragionevolmente brevi per l’attuazione degli interventi ritenuti insufficienti.
Per la prima volta, un tribunale nazionale applica direttamente il principio affermato dalla Corte di Giustizia europea: la tutela preventiva della salute prevale sulla continuità produttiva in caso di rischio grave

Quanto vale l’ILVA oggi? Un euro
L’11 dicembre 2025 Bloomberg ha riportato che il fondo statunitense Flacks Group ha presentato un’offerta vincolante per acquisire l’intero complesso siderurgico per un euro simbolico, impegnandosi al mantenimento dei livelli occupazionali.
Lo stabilimento di Taranto era divenuto Acciaierie d’Italia S.p.A nel 2018, con la partecipata costituita tra AM InvestCo Italy S.p.A., la società affittuaria dei rami d’azienda di Ilva in Amministrazione Straordinaria, creata ad hoc dalla multinazionale anglo-indiana ArcelorMittal e Invitalia, partecipata interamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano. Società che è stata dichiarata insolvente il 29 febbraio 2024 dal Tribunale di Milano.
Nello stesso giorno in cui è morto l’operaio Claudio Salamida, il 12 gennaio 2026, il Financial Times ha riportato che i commissari di Acciaierie d’Italia hanno citato in giudizio ArcelorMittal dinanzi al Tribunale di Milano, chiedendo 7 miliardi di euro di risarcimento per presunta cattiva gestione dello stabilimento di Taranto.
Secondo l’atto depositato, gli squilibri finanziari della società sarebbero il risultato di una strategia di trasferimento di risorse dalla controllata italiana alla capogruppo. ArcelorMittal ha respinto le accuse e, già nel luglio precedente, aveva avviato un arbitrato internazionale contro lo Stato italiano a Washington nell’ambito dell’Energy Charter Treaty, contestando il sequestro pubblico dell’impianto.
Il quotidiano finanziario ricorda inoltre che, negli anni, i governi italiani hanno immesso miliardi di euro di risorse pubbliche per sostenere lo stabilimento e garantirne la continuità produttiva in un sito considerato strategico. Le stime attuali indicano che sarebbero necessari almeno 5 miliardi di euro di ulteriori investimenti per la riconversione verso forni elettrici.
Il 30 gennaio 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha conferito mandato ai Commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, di avviare la negoziazione in esclusiva con Flacks Group in vista della possibile cessione del complesso siderurgico, nel rispetto delle procedure previste dall’articolo 47 della legge 428/1990 in materia di consultazioni sindacali.

Ma chi ha inquinato, ha pagato?
Lo stabilimento di Taranto, nato come Italsider, azienda di Stato, nel 1964 e privatizzata nel 1995 con la cessione alla famiglia Riva, è stato oggetto nel 2012 di sequestro “senza facoltà d’uso” da parte della magistratura tarantina. Ma il processo “Ambiente Svenduto”, concluso in primo grado nel 2021 con 26 condanne, per un totale di oltre 180 anni di pena, è stato annullato dalla Corte d’Appello di Taranto il 13 settembre 2024 per vizio di incompatibilità ambientale del collegio giudicante. Gli atti sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Potenza.
Sul presunto disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 dall’ex Ilva di Taranto, durante la gestione della famiglia Riva, il gup di Potenza, Francesco Valente ha rinviato a giudizio 21 imputati. La prima udienza è stata fissata per il 21 aprile prossimo.
Sul piano delle responsabilità civili, la Corte d’Appello di Lecce ha confermato, invece, lo scorso dicembre,la condanna nei confronti dei precedenti proprietari e dirigenti dell’ILVA, disponendo il pagamento in solido di circa 21 milioni di euro complessivi a favore del Comune di Taranto, per danno all’immagine della città, e delle società partecipate Amat-Kyma Mobilità e Amiu-Kyma Ambiente, per i danni riconducibili all’inquinamento dello stabilimento.
Nel dicembre 2023, 300 famiglie del quartiere Tamburi hanno ricevuto complessivamente 3,5 milioni di euro dall’Amministrazione Straordinaria di ILVA per il deprezzamento delle abitazioni, attraverso il Fondo statale istituito con un emendamento alla Legge di Bilancio 2022.
Sono stati inoltre stanziati 4,5 milioni di euro per il 2024 e altrettanti per il 2025. Secondo quanto riferito dall’avvocato Massimo Moretti a Cittadini Reattivi, “con le somme stanziate per il 2025 si procederà al pagamento delle istanze, poche, a causa di un cambiamento di orientamento da parte del Tribunale di Milano, pervenute nel 2025, e con le somme residue, superiori a 4,5 milioni di euro, si integreranno gli indennizzi delle famiglie che nel 2024 avevano ricevuto solo il 30% di quanto riconosciuto”.

“Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino”
Il 24 gennaio 2019, con la sentenza Cordella e altri c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha accertato la violazione, da parte dello Stato italiano, degli articoli 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Negli anni successivi, fino al 2022, la Corte è nuovamente intervenuta su ricorsi analoghi relativi al caso Ilva, ribadendo la medesima violazione.
La Corte ha riconosciuto che la popolazione di Taranto è stata esposta per anni a un rischio ambientale grave e persistente, senza misure adeguate a tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare e a un rimedio effettivo.
Come già anticipato il quadro epidemiologico che riguarda le fasce di popolazione più fragili della città di Taranto, è stato documentato da studi promossi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,e dal Ministero della Sanità con l’Istituto Superiore di Sanità con il progetto SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento. In particolare, l’’OMS Europa, nel rapporto sulla salute nelle aree contaminate, richiama esplicitamente la necessità di integrare valutazioni sanitarie e politiche ambientali nei siti industriali ad alta pressione emissiva.
E che siano sono sempre bambini e adolescenti a pagare le conseguenze di uno sviluppo insostenibile lo attestano diversi studi epidemiologici. Già nel 2020, uno studio ecologico mostra una maggiore prevalenza di disturbi dello spettro autistico nei bambini che vivono nell’area fortemente inquinata di Taranto. La presenza di metalli pesanti è associato, nella fascia 6–11 anni, a una prevalenza dei disturbi dello spettro autistico pari a 9,58 per 1000 nei comuni SIN di Taranto e Statte contro 6,66 per 1000 negli altri comuni della provincia (p = 0,002). Si tratta di uno studio ecologico, che non consente inferenze causali individuali, ma che suggerisce un’associazione tra prossimità a impianti industriali emissivi e maggiore prevalenza dei disturbi dello spettro autistico (ASD).
Diossine e furani nel latte delle madri tarantine: ma il biomonitoraggio è stato interrotto
L’avvelenamento riguarda anche le madri tarantine. Nel novembre 2023, grazie a una richiesta di accesso alle informazioni (FOIA) presentata da Cittadini Reattivi a MASE, ISPRA e ASL Taranto, l’Istituto Superiore di Sanità ci ha trasmesso lo studio completo sul biomonitoraggio del latte materno nelle aree di Taranto e Statte, studio poi pubblicato su PubMed Central ad agosto 2025.
L’analisi mostra concentrazioni di diossine e furani significativamente più elevate nelle donne residenti nelle aree esposte rispetto a quelle non esposte, con differenze comprese tra il 16% e il 34%. I policlorodibenzofurani, composti tipicamente associati a fonti industriali, presentano gli scostamenti più marcati. Il 2,3,4,7,8-pentaclorodibenzofurano viene indicato come marcatore di attività metallurgica.
Quel biomonitoraggio era previsto dalla prescrizione n. 93 dell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2012, che imponeva una campagna strutturata su diossine e PCB nel latte e nel sangue materno, negli animali e nelle matrici ambientali secondo indicazioni OMS e FAO. La campagna non è mai stata completata nei tempi stabiliti e interrotta nel 2018.
Non solo. Nel riesame complessivo dell’AIA adottato con decreto n. 436 del 25 luglio 2025, quella prescrizione non è stata ripristinata come obbligo permanente di bio-monitoraggio sistematico sul latte materno.
«Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino», ha affermato più volte la pediatra Annamaria Moschetti, membro di ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente), presidente della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto e responsabile dell’Associazione Culturale Pediatri di Puglia e Basilicata per le malattie dei bambini legate all’inquinamento.
Ma questa vicenda, finora, ci ha dimostrato il contrario.
[Ultimo aggiornamento al 04/03/2026 ore 22.00]
