Torviscosa, l’eredità della città-fabbrica

Dentro un sito contaminato: la storia della SNIA-Caffaro, le bonifiche e la laguna di Marano 

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Dall’alto, la laguna di Marano, in Friuli Venezia Giulia, è acqua e silenzio. Un’area fragile, attraversata da canali, attività di pesca, turismo e tutela ambientale. Ma questa laguna è anche parte della storia industriale di Torviscosa: per decenni gli scarichi della SNIA, poi Caffaro, arrivavano qui attraverso il sistema dei canali.

A far emergere questa storia è stato anche Mareno Settimo, ex amministratore comunale, che attraverso documenti d’archivio, esposti e sopralluoghi ha contribuito in modo decisivo al riconoscimento pubblico e istituzionale del sito contaminato di Torviscosa.

«Uno pensa che i problemi ambientali siano sorti negli ultimi anni, negli ultimi decenni, per una maggiore sensibilità ambientale», racconta. «In realtà, i problemi ambientali qui a Torviscosa e nella laguna di Marano erano sorti subito». Già nel 1939, secondo la sua ricostruzione, i pescatori di Marano avevano segnalato alla prefettura la situazione degli scarichi della SNIA, che mettevano in difficoltà la pesca in laguna, allora una delle principali fonti di reddito della comunità maranese.

Vista dall’alto della Laguna di Marano e Grado – 2026 foto di Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi

La città nata con la fabbrica

Torviscosa non è un paese nato accanto all’industria. È una città-fabbrica. Una company town progettata negli anni Trenta attorno allo stabilimento della SNIA, fondata per volontà dell’industriale Franco Marinotti nel contesto delle bonifiche della bassa friulana e dell’industrializzazione autarchica. Il primo nucleo industriale , infatti, è legato alla SAICI — poi assorbita nella storia della SNIA — e alla produzione della cellulosa.

La città conserva ancora oggi quella impronta: l’ordine delle strade, le architetture, gli edifici pubblici, la presenza dello stabilimento, il rapporto tra abitato e produzione. La cittadina, che conta circa 2.500 abitanti, viene descritta come una città di fondazione, nata dalla trasformazione del territorio agricolo e paludoso.

Questa identità non appartiene soltanto al passato. Enrico Monticolo, sindaco di Torviscosa, la rivendica come parte del presente della città. «Torviscosa non rinuncia all’identità sua di Company Town, non rinuncia neanche all’industria, perché Torviscosa è nata in funzione dell’industria», afferma. Per Monticolo, il lavoro resta una condizione essenziale per mantenere servizi, abitanti, scuole e vita quotidiana.

Torviscosa non è, quindi, un’area industriale dismessa e abbandonata. È un territorio dove la memoria della fabbrica convive con industrie ancora attive, nuovi ampliamenti, interventi di bonifica e un sito contaminato riconosciuto dallo Stato.

Torviscosa, vista sulla SAICI, 1938. Archivio storico del Comune di Torviscosa, per gentile concessione di Mareno Settimo

Quando il SIN comprendeva anche la laguna

Il sito Laguna di Marano e Grado è stato individuato come sito di interesse nazionale dal decreto ministeriale 18 settembre 2001, n. 468. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, nella relazione del 17 ottobre 2017 sui siti contaminati gestiti dalla società Caffaro a Torviscosa, Brescia, Colleferro e Galliera, ricostruisce che l’area era stata definita ad elevata pericolosità sanitaria e ambientale per la presenza di mercurio nei sedimenti, ricondotta in particolare alle attività industriali dello stabilimento Caffaro di Torviscosa, dove si producevano cloro e cloro-soda.

Con il decreto ministeriale del 24 febbraio 2003 viene perimetrato il SIN Laguna di Marano e Grado: circa 10.695 ettari, di cui 3.755 a terra e 6.940 a mare, pari al 60 per cento della laguna. La perimetrazione comprendeva aree nei comuni di Carlino, Torviscosa, Cervignano del Friuli, Terzo d’Aquileia, Marano Lagunare e San Giorgio di Nogaro.

Con il decreto ministeriale n. 222/M del 12 dicembre 2012, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 3 gennaio 2013, vengono esclusi dal SIN le aree agricole, l’intera laguna di Marano e Grado, i fiumi Aussa, Corno e Zellina. Restano dentro il perimetro le aree a terra di proprietà della Caffaro in amministrazione straordinaria, circa 210 ettari nel territorio comunale di Torviscosa, comprendenti l’area della discarica Valletta alla confluenza tra Aussa e Corno, e i canali Banduzzi e Banduzzi Nord. La laguna esce dal perimetro amministrativo nazionale. Ma non esce dalla storia ambientale del sito.

Perimetrazione del sito di interesse nazionale “Laguna di Grado e Marano”, 2003. Fonte: Gazzetta Ufficiale, Supplemento ordinario, Serie generale n. 121 del 27 maggio 2003

Le discariche coperte dalla vegetazione

Dalla laguna all’interno del SIN, il paesaggio non appare sempre come una ferita aperta. In molti punti la vegetazione ha coperto le aree di deposito, i vecchi accessi, i vasconi, le zone interne allo stabilimento. Ma per Mareno Settimo quei luoghi hanno nomi, confini e documenti. «Sulla sinistra abbiamo le discariche», indica durante il sopralluogo. «Qua c’erano i depositi del caprolattame, ci hanno buttato dentro di tutto e l’inquinamento, in questa area, è cominciato dopo il 1961». (Il caprolattame è un derivato da idrocarburi fossili come il benzene o il cicloesano, viene usato su scala industriale per la sintesi nylon-6, ndr)

Una ricostruzione meticolosa che nasce dal lavoro svolto quando entrò nell’amministrazione comunale come assessore alla cultura. «Uno dei primi lavori che ho fatto è stato quello di fare questa ricerca d’archivio nei materiali storici del Comune», racconta. L’archivio, dice, si rivelò «una vera miniera». Da lì riuscì a ricostruire «la dislocazione delle discariche, la quantità dei rifiuti messi dentro e anche la qualità dei rifiuti». Le piantine e i documenti, aggiunge, furono poi inviati alla magistratura.

Nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e ritardi delle bonifiche del 2017  si collega l’inquinamento nel SIN alla presenza di discariche non controllate di rifiuti industriali, tra cui peci tolueniche e benzoiche. Le indagini hanno rilevato contaminazioni nei terreni, nelle acque di falda e nei sedimenti dei canali, in particolare lungo il Banduzzi, dove la relazione segnala metalli pesanti, soprattutto mercurio, e idrocarburi con concentrazioni decrescenti dallo stabilimento Caffaro verso la confluenza Aussa-Corno.

È il rovescio della città ordinata: non l’architettura della company town, ma ciò che la produzione industriale ha lasciato nei terreni, nei canali e nelle aree interne allo stabilimento.

Mareno Settimo durante il sopralluogo nel SIN Caffaro di Torviscosa. Sullo sfondo, il canale Banduzzi. Foto: Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi

Da denuncia locale a questione nazionale

Se a Brescia il caso Caffaro è stato portato all’attenzione pubblica anche grazie al lavoro dello storico dell’ambiente Marino Ruzzenenti, a Torviscosa un ruolo analogo, sul piano della denuncia documentata, lo ha avuto Mareno Settimo.

Settimo racconta di aver confrontato documentazione tecnica, stralci di studi ambientali e materiali interni. In uno di quei passaggi, spiega, uno stralcio appariva più corposo del progetto originario e conteneva elementi rilevanti sui rischi e sulle misure da adottare. «All’epoca non esistevano ancora i NOE e quindi ho consegnato il tutto alla Guardia di Finanza», ricostruisce.

Secondo il suo racconto, la Guardia di Finanza si recò nella sede della società incaricata e in quella della Caffaro, trovando più versioni degli studi e scambi interni in cui si indicava di tagliare parti dei documenti. «E questo è stato l’inizio praticamente del sito inquinato di Torviscosa», racconta Settimo. Il perimetro del sito viene inizialmente definito nel 2001 e poi formalizzato nel 2003.

Torviscosa non è un caso isolato. Nel 2017 Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su gli illeciti ambientali ad esse correlati  ha ricostruito la vicenda dei siti contaminati della Caffaro — Torviscosa, Brescia, Colleferro e Galliera — riconducendoli alla stessa matrice industriale: il gruppo SNIA-Caffaro e gli stabilimenti per la produzione di composti clorurati, da cui sono derivate contaminazioni di suoli, sottosuoli e acque di falda. Le società del gruppo sono poi state dichiarate insolventi e poste in amministrazione straordinaria.

Chi paga le bonifiche

Il nodo delle bonifiche porta al lungo contenzioso civile sul caso Caffaro, arrivato fino alla giustizia europea. Chi paga il risanamento quando le società responsabili dell’inquinamento sono fallite, sono state scisse o non dispongono più delle risorse necessarie?

In questo caso, a promuovere l’azione è lo Stato, attraverso l’Avvocatura dello Stato, in rappresentanza del Ministero dell’Ambiente, anche su sollecitazione dei cittadini di Brescia, come ricorda il prof. Marino Ruzzenenti. Al centro c’è la scissione del gruppo SNIA: da una parte la filiera chimica, con Caffaro e le passività ambientali; dall’altra il comparto biomedicale, confluito in SORIN e poi in LivaNova. Una operazione che Ruzzenenti ha definito una «furbata, tipicamente italiana».

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e e i ritardi delle bonifiche  ricostruisce il contenzioso aperto attorno a quella scissione, alle responsabilità ambientali e alla quantificazione del danno. Il Ministero dell’Ambiente aveva chiesto l’ammissione al passivo per oltre 3,4 miliardi di euro, sulla base delle prime valutazioni ISPRA relative ai tre SIN Caffaro: Brescia, Colleferro e Torviscosa.

La svolta arriva negli anni successivi. La Corte d’Appello di Milano condanna LivaNova PLC a rimborsare allo Stato oltre 453 milioni di euro per i costi di riparazione del danno ambientale nei siti Caffaro di Brescia, Colleferro e Torviscosa. Il 29 luglio 2024 la Corte di Giustizia dell’Unione europea chiarisce che la responsabilità delle società beneficiarie di una scissione può riguardare anche passività non ancora determinate al momento dell’operazione, come i costi di bonifica e i danni ambientali, se derivano da comportamenti anteriori alla scissione.

Il caso Caffaro diventa così un precedente rilevante: quando le responsabilità ambientali restano nei territori mentre le società cambiano forma, nome o patrimonio, la questione non è solo ambientale. È giuridica, economica e pubblica.

Schema dei punti di scarico e campioni delle acque nel sistema Banduzzi-Aussa, 1973. Archivio storico del Comune di Torviscosa, per gentile concessione di Mareno Settimo

Bonifiche, fondi pubblici e industrie attive

Il presente di Torviscosa non è quello di un sito industriale abbandonato. Dentro e attorno al SIN operano ancora attività produttive: Mareno Settimo cita Lavanderia Adriatica, SPIN del Gruppo Bracco, le Industrie Caffaro S.p.A (che hanno rilevato il marchio e nulla hanno a che fare con le precedenti gestioni, ndr) e la centrale Edison.

Il sindaco Enrico Monticolo insiste su questo punto. Torviscosa, spiega, non rinuncia alla propria identità di company town e non rinuncia all’industria: «Torviscosa è nata in funzione dell’industria». Le industrie, aggiunge, «ci sono e stanno lavorando», si stanno ampliando, e gli ampliamenti comportano anche interventi di bonifica sulle aree interessate dai nuovi insediamenti o dalle trasformazioni produttive.

Il Comune è, quindi, parte del processo e segue l’avanzamento dei lavori ma la responsabilità e la regia degli interventi resta in capo al Ministero dell’Ambiente e alla Regione Friuli Venezia Giulia, con il coinvolgimento del Consorzio di Bonifica Pianura Friulana, di ARPA, degli enti tecnici e dei soggetti industriali interessati.

Secondo quanto riferito dal sindaco, sono arrivati 38 milioni di euro per le bonifiche e una parte degli interventi è stata conclusa entro il 31 dicembre 2025, anche in relazione alla procedura di infrazione comunitaria. «Sono andati veloci per quella piccola parte», dice. «Adesso stanno vedendo gli altri lotti».

Vista sul Municipio di Torviscosa – foto di Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi

La laguna e il mercurio

La laguna di Marano non è più nel perimetro del SIN Caffaro di Torviscosa. Ma il mercurio resta al centro della storia ambientale e sanitaria di questo territorio, perché non riguarda solo i sedimenti: può entrare nella catena alimentare acquatica e arrivare alle persone attraverso il consumo di pesce.

Nella relazione del 2017 sui siti contaminati della Caffaro, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti distingue due origini della contaminazione. Da un lato richiama il mercurio proveniente dalla miniera di Idria, in Slovenia, arrivato nell’Alto Adriatico attraverso il fiume Isonzo. Dall’altro indica il «grave inquinamento di mercurio dovuto alla produzione chimica» svolta dalla SNIA Viscosa e poi dalla Caffaro nello stabilimento di Torviscosa.

È questa seconda parte che riguarda direttamente il sito industriale: le acque di processo, ricostruisce la Commissione, venivano sversate nel canale Banduzzi Nord, che recapita nel Banduzzi, poi nel fiume Aussa e infine in laguna. Dopo la riperimetrazione del 2012, la laguna è uscita dal SIN. Nel perimetro nazionale sono però rimasti lo stabilimento Caffaro, la discarica Valletta e i canali Banduzzi e Banduzzi Nord, cioè i canali legati agli scarichi industriali. Il passaggio dal dato ambientale a quello sanitario sta qui: se il mercurio resta nei sedimenti e può trasferirsi alla catena alimentare, il tema non è solo dove si trovi l’inquinante, ma se e come le popolazioni esposte lo assorbano nel tempo. 

Vista nella laguna di Marano – foto di Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi ringraziando Pro Torviscosa

Le ricadute sulla catena alimentare 

A leggere questo quadro è SENTIERI, lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. Nel Quinto Rapporto, per il sito Laguna di Marano e Grado, mortalità generale e ricoveri risultano in linea con l’atteso o in difetto. Ma il rapporto segnala un eccesso per i tumori allo stomaco, tra le donne per la mortalità e in entrambi i generi per i ricoveri, richiama eccessi già osservati per i tumori dell’ovaio e collega alcune cause di interesse alla possibile esposizione a metalli pesanti come mercurio, piombo, arsenico e cadmio. SENTIERI ricordava inoltre la raccomandazione di uno studio di biomonitoraggio sugli inquinanti soggetti a bioaccumulo. Richiamando uno studio del 2013 sul mercurio in coppie madre-figlio, il rapporto concludeva che l’insieme dei risultati indicava «la persistenza di vie di esposizione attraverso la catena alimentare».

Nel febbraio 2025 ASUGI e Università di Trieste hanno presentato uno studio pubblicato su Science of the Total Environment sulla concentrazione di mercurio nei capelli di 73 pescatori di Marano Lagunare, 83 lavoratori dell’indotto della pesca e 93 residenti del Bellunese. Il valore mediano — cioè il valore centrale della distribuzione — è risultato pari a 2,56 mg/kg nei pescatori, 2,31 mg/kg nei lavoratori della pesca e 0,58 mg/kg nel gruppo di controllo.

Nell’abstract, gli autori scrivono che i valori mediani dei due gruppi di Marano sono «superiori alla soglia di esposizione di fondo raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la popolazione generale», ma «inferiori alla soglia di 11,5 mg/kg», sotto la quale «non sono stati finora osservati effetti avversi sulla salute umana». Gli stessi autori collegano questa evidenza «molto probabilmente» alla contaminazione dei sedimenti della laguna e dei corsi d’acqua tributari da attività minerarie e industriali, con trasferimento del mercurio nella catena alimentare acquatica e poi agli esseri umani attraverso il consumo di pesce locale.

Nel comunicato con cui si presenta lo studio, gli enti definiscono la situazione di «relativo equilibrio» e scrivono che ciò «non controindica il consumo di pesce della laguna». Lo stesso comunicato richiama però raccomandazioni specifiche per donne in gravidanza e bambini, invitati a limitare il consumo di pesce fresco «a non più di un pasto a settimana».

Scheda “Laguna di Grado e Marano (UD)”, Quinto Rapporto SENTIERI, 2019. Fonte: Epidemiologia & Prevenzione / www.epiprev.it

Cosa resta da fare

La ricostruzione di Mareno Settimo nasce anche dalle voci dei pescatori di Marano, che già avevano denunciato gli effetti degli scarichi industriali sulla laguna arrivando a una prima sentenza nel 1965. Una memoria civile e ambientale ripresa anche il 29 maggio 2026 all’Università Sapienza di Roma, nell’incontro “Le battaglie ambientali in difesa della Laguna di Marano. Il SIN di Torviscosa“, con le testimonianze proprio di Mareno Settimo e Lorena Zuccolo di Pro Torviscosa.

Nel sopralluogo all’interno del SIN, Settimo indica le aree delle vecchie discariche oggi coperte dalla vegetazione. «Sembra un vero e proprio paesaggio bucolico», osserva. «In realtà è un paesaggio che è stato creato artificialmente dall’uomo e poi la natura in parte se l’è ripreso».

Resta da verificare, atti alla mano, quali interventi siano stati completati, quali aree siano ancora da risanare, quali monitoraggi accompagneranno nel tempo il SIN Caffaro di Torviscosa e come verrà informata la popolazione.

Rosy Battaglia

Rosy Battaglia è giornalista investigativa e documentarista. Fondatrice di Cittadini Reattivi (2013), applica il metodo scientifico all’inchiesta unendo analisi dei dati, accesso alle informazioni e narrazione civile. Da anni racconta le “zone di sacrificio” italiane ed europee, intrecciando giornalismo, partecipazione civica e ricerca indipendente. È autrice dei doc-inchiesta La rivincita di Casale Monferrato, Io non faccio finta di niente e Taranto chiama, da cui è nata l’inchiesta europea Taranto, zona di sacrificio.

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