Falconara, dove le bonifiche non arrivano al mare

Bonifiche ferme da oltre vent’anni, mare escluso dal piano e raffineria venduta per 3 miliardi all’Azerbaigian: cosa succede nel sito contaminato di Falconara

Raffineria api/IP

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«A Falconara, uscire a fare una passeggiata al mare non è un gesto normale. Prima bisogna verificare la direzione del vento. Se il vento porta gli odori verso la costa, non si esce»

Sono le parole di Monia Mancini, avvocata di parte civile nel processo per disastro ambientale che vede imputata Api Raffineria di Ancona S.p.A., all’interno del Sito di interesse nazionale di Falconara Marittima.

Lo scorso 7 marzo una delegazione di cittadini falconaresi era a Roma, davanti al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, per portare a livello nazionale il caso del SIN di Falconara. Tra i presenti al presidio c’era anche lei. «Il movimento “Fermiamo il disastro ambientale” – racconta- nasce dal basso. Prende forma tra il 2012 e il 2013, in un momento apparentemente marginale: il fermo temporaneo della raffineria per la crisi del sistema petrolifero. Per alcuni mesi l’attività si interrompe e la vita a Falconara scorre senza particolari anomalie».

È alla ripresa anticipata della produzione, tra giugno e luglio 2013, che qualcosa cambia. Le segnalazioni iniziano a circolare: odori intensi, persistenti, riconducibili a idrocarburi. Quello che prima veniva percepito come parte della normalità quotidiana diventa improvvisamente visibile, o meglio, percepibile.

«Quel fermo aveva reso evidente che ciò che sembrava normale, in realtà non lo era», spiega Mancini. «Da una prima segnalazione individuale si passa rapidamente a una dimensione collettiva: le segnalazioni aumentano. Ci rivolgiamo alla magistratura: è l’inizio del percorso giudiziario, intorno al 2015». Quelle che inizialmente vengono descritte come “puzze” vengono qualificate come esalazioni moleste, emissioni potenzialmente rilevanti sotto il profilo penale. A partire da qui, la vicenda entra in Procura.

Dall’incidente al serbatoio TK61 al processo “Oro Nero”

«Il momento di svolta arriva con l’incidente al serbatoio TK61, uno dei più grandi d’Europa. L’inclinamento del tetto e la fuoriuscita di Virgin Nafta producono per giorni esalazioni che investono la città», ricostruisce l’avvocata. È uno degli episodi più drammatici che contribuiscono a consolidare il quadro delle segnalazioni e ad alimentare gli esposti.

Prende così forma l’inchiesta “Oro Nero” della Procura di Ancona, coordinata dalla pm Irene Bilotta e condotta dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, che ha portato al rinvio a giudizio della società Api Raffineria di Ancona S.p.A., del suo amministratore delegato e di altre figure apicali con l’accusa di disastro ambientale. A febbraio 2025 la prima udienza dibattimentale del procedimento giudiziario con contestazioni che riguardano diverse matrici ambientali, come aria, suolo, sottosuolo e acque, per i fatti compresi tra il 2018 e il 2022. 

«Il processo si trova oggi in primo grado, davanti a un collegio giudicante, e ha già attraversato una fase dibattimentale articolata: tra udienza preliminare e dibattimento sono state celebrate circa trenta udienze. L’istruttoria è ancora in corso e prevede l’ascolto dei consulenti della Procura, delle parti civili e delle difese», racconta.  Le parti civili costituite sono circa cento, tra cui lo stesso Comune di Falconara Marittima, cittadini, associazioni del territorio. Una parte significativa di questi è rappresentata dalla stessa Mancini, che assiste decine di residenti falconaresi. 

Ma, come sottolinea l’avvocata, già segretaria di Cittadinanzattiva Marche, il processo rappresenta solo una parte della vicenda. «Le aule giudiziarie sono importanti, ma non bastano. Siamo qui per rivendicare un diritto umano: vivere in un ambiente salubre, non inquinato. E non siamo contro le imprese. Siamo a favore di un’impresa che lavori con tutte le garanzie a tutela della vita delle persone».

L’avvocata Monia Mancini al presidio davanti al Ministero dello Sviluppo Economico, marzo 2026 – foto di Elisabetta Galgani per Cittadini Reattivi

Il Sito di Interesse Nazionale di Falconara Marittima e la Raffineria API come sito a rischio di incidente rilevante 

Dalla spiaggia di Falconara la presenza della raffineria API non può essere ignorata. Lo stabilimento è classificato a rischio di incidente rilevante ai sensi della Direttiva Seveso, che disciplina le attività industriali con presenza di sostanze pericolose. Una classificazione che implica l’esposizione del territorio anche a rischi acuti, come incendi, esplosioni o rilasci accidentali di sostanze pericolose, come lo stesso Comune ha illustrato in un opuscolo informativo.

Nel caso della raffineria API, episodi di questo tipo si sono ripetuti nel tempo e sono stati documentati dai cittadini. Come lo scorso 13 marzo, con un incendio poi domato o il 14 dicembre 2025 dove  il blackout alla raffineria ha provocato l’accensione della torcia, sistema di sicurezza che si attiva, in caso di fermate improvvise per evitare accumuli di sostanze potenzialmente pericolose. Una procedura prevista dai sistemi di sicurezza industriale, ma indica una condizione anomala di esercizio ed è, a tutti gli effetti, un segnale di allerta per il territorio. Situazione che ha ormai innescato uno stato di allarme permanente tra i cittadini che documentano con foto e video ogni anomalia. 

Un monitoraggio civico che affianca il sistema di allerta da parte del comune di Falconara, come previsto dal Piano di Emergenza Esterno (PEE). Ma l’impianto è anche parte integrante del Sito di Interesse Nazionale di Falconara Marittima, individuato con la legge n. 179 del 31 luglio 2002. Falconara è, quindi, un altro dei 42 siti di interesse nazionale per le bonifiche che, secondo dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente, comprende un’area marino-costiera di circa 1.200 ettari e una superficie terrestre di circa 108 ettari.

Fonte: Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica

Aree contaminate e bonifiche mai fatte 

Accanto all’attività di raffinazione e stoccaggio di prodotti petroliferi, ci sono aree industriali dismesse, come l’ex stabilimento Montedison che produceva concimi fosfatici. Il perimetro include inoltre aree pubbliche, come l’ex Antonelli, e ulteriori proprietà private, attraversate anche dalla linea ferroviaria nazionale Bologna–Taranto e l’arenile prospiciente l’area industriale.

Nel 2010, quanto alle aree del SINm è stato sottoscritto, il primo accordo di Programma tra Ministero dell’Ambiente, Regione Marche, Provincia di Ancona, Comune di Falconara Marittima e Autorità Portuale di Ancona per la definizione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica. Accordo di programma scaduto e rinnovato nel 2023, che prevede interventi per poco meno di 2 milioni di euro (1,9 milioni).  

Uno stanziamento che va a finanziare le attività di indagine su aree circoscritte, (“caratterizzazioni” in termine tecnico), come il sottopasso di via Monti e Tognetti, il campo da calcio della parrocchia di Santa Maria della Neve e San Rocco e alcune verifiche su suoli e falda. Già, come risulta dagli stessi dati di avanzamento sul sito del ministero dell’Ambiente a giugno 2025, dopo 23 anni dall’istituzione del SIN, non è stato bonificato neppure un ettaro. 

Dall’Anonima Petroli Italiana (API) all’Azerbaigian per 3 miliardi di euro 

Con le udienze del processo “Oro Nero” in corso, il 23 settembre 2025 SOCAR, la compagnia energetica statale dell’Azerbaigian (State Oil Company of the Azerbaijan Republic), ha annunciato la firma di un accordo per l’acquisizione del 99,82% delle quote di Italiana Petroli (IP) da API Holding. La raffineria di Falconara appartiene infatti al gruppo API, acronimo di Anonima Petroli Italiana, storica società petrolifera italiana che per decenni è stata controllata dalla famiglia Brachetti Peretti. 

SOCAR è, invece, una società pubblica controllata direttamente dal governo azero e opera a livello internazionale lungo tutta la filiera del petrolio e del gas: dall’estrazione alla raffinazione, fino alla distribuzione.  L’operazione rappresenta un passaggio strategico nella sua espansione nel mercato europeo e riguarda un’infrastruttura centrale del sistema energetico italiano. Il valore stimato della transazione è di circa 3 miliardi di euro e comprende non solo la rete di distribuzione carburanti, circa 4.600 impianti a marchio IP su tutto il territorio nazionale, ma anche gli asset industriali, tra cui appunto, le raffinerie di Falconara Marittima e Trecate (Novara).

Vista dal cimitero di Falconara – dicembre 2025 – foto di Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi

“Non è solo una compravendita industriale”

È in questo passaggio che si innesta il nodo delle bonifiche, mai risolto. «È una vicenda che non può essere trattata solo come una compravendita industriale, perché qui si parla di sicurezza ambientale e sanitaria, temi che in questo territorio non sono mai stati garantiti pienamente», spiega Roberto Cenci, Presidente dell’associazione Onda Verde e uno dei portavoce del movimento “Fermiamo il disastro ambientale” che riunisce associazioni storiche del territorio, come Mal’Aria, Falkatraz e cittadini non organizzati.

Le pressioni del movimento hanno portato il governo italiano ad annunciare l’intenzione di esercitare i poteri speciali del cosiddetto Golden Power, lo strumento che consente allo Stato di imporre prescrizioni o bloccare operazioni in settori strategici. Ma, secondo il movimento, il nodo non è solo l’intervento dello Stato, ma il prezzo ambientale pagato dalla Vallesina. «Una quota deve essere destinata a un fondo di garanzia per le bonifiche. Questo territorio ha subito un danno e non può restare escluso anche dalle risorse», sottolinea Cenci. 

«Dopo oltre quindici anni dagli accordi di programma, le bonifiche sono ancora da definirsi. Il sistema attuale, fatto di tavoli tecnici e conferenze di servizi, non ha prodotto risultati. Anche per questo chiediamo l’affidamento della gestione al Commissario straordinario per le bonifiche, designato dal governo».  Sottolinea il presidente di Onda Verde: «Da oltre due anni e mezzo è aperta un’istruttoria (la procedura di riesame MISO sulla parte del SIN su cui insiste la raffineria ndr), attraverso cui ISPRA, Ministero, ARPAM, Regione Marche e gli altri enti coinvolti dovrebbero imporre ad API misure più stringenti in termini di bonifica in continuo, cioè mentre si produce e si continua a inquinare. Due anni e mezzo per un’istruttoria su un tema così importante ci sembrano troppi. Vogliamo una chiusura».

“Con API si vola”. Il simbolo della Raffinaria API di Falconara Marittima – foto di Rosy Battaglia per Cittadini Reattivi

Ritardi e opacità nella gestione della salute pubblica a Falconara

Ma a fronte dell’immobilità denunciata sul fronte ambientale dai comitati, quali sono le conseguenze dell’impatto dell’area industriale sulla popolazione di Falconara? L’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del progetto SENTIERI, evidenzia eccessi per alcune patologie oncologiche. In particolare segnala criticità per i tumori del sistema emolinfopoietico, tra cui le leucemie, con eccessi tra bambini e ragazzi nella fascia 0-29 anni. In epidemiologia, le leucemie in età pediatrica sono tra gli indicatori più sensibili di esposizione ambientale: la loro presenza in eccesso è considerata un segnale che richiede un’analisi approfondita delle possibili fonti di esposizione.

Il rapporto epidemiologico locale redatto nel 2018 dall’Agenzia Regionale Sanitaria delle Marche evidenzia eccessi per mesotelioma pleurico e tumori del colon-retto, oltre a segnalazioni per leucemie e malformazioni congenite. Ma, a fronte di questi dati, non risulta attivo un sistema strutturato e continuativo di sorveglianza sanitaria, come sottolineato anche dagli esperti epidemiologi dellIstituto Superiore di Sanità.

Dal VI rapporto S.E.N.T.I.E.R.I pubblicato da Epidemiologia e Prevenzione

Il monitoraggio civico sul benzene e la risposta dell’Istituto Superiore di Sanità 

Proprio all’Istituto Superiore di Sanità si è rivolta l‘associazione Onda Verde, inviando una relazione di monitoraggio, lo scorso febbraio, basata sui dati della centralina “Falconara Scuola” tra ottobre 2025 e gennaio 2026. Report che mostra valori di benzene fino a 5,0 μg/m³, mentre nelle altre centraline della regione i livelli restano per lo più tra 0 e 1 μg/m³, con differenze fino a cinque volte e picchi orari oltre i 7 μg/m³. 

Su questi dati l’Istituto Superiore di Sanità è intervenuto con una nota del 26 febbraio 2026, indicando la necessità di approfondire le cause delle concentrazioni rilevate, incluse le sorgenti emissive e le condizioni degli impianti, e di adottare misure per ridurre il benzene in atmosfera. La stessa nota richiama il nuovo limite europeo di 3,4 μg/m³ entro il 2030.

Il benzene, composto chimico derivante dal petrolio, è un cancerogeno certo per l’uomo e non esiste una soglia di sicurezza. Secondo lo IARC, l’esposizione al benzene è collegata allo sviluppo di leucemie acute e linfomi. L’esposizione prolungata, anche a basse concentrazioni, può danneggiare il midollo osseo. A Falconara è presente con valori più alti rispetto al contesto regionale, mentre gli studi epidemiologici segnalano eccessi proprio nelle patologie associate all’esposizione, anche nelle fasce più giovani e nelle aree più vicine agli impianti. 

Non si tratta di un’anomalia isolata. Già nel 2011, studi epidemiologici precedenti, come ricostruito su Epidemiologia e Prevenzione, avevano già osservato un aumento di leucemie e linfomi non Hodgkin tra la popolazione residente entro pochi chilometri dal petrolchimico, in relazione alla durata dell’esposizione.

Roberto Cenci, uno dei portavoce di “Fermiamo il disastro ambientale” e presidente di Onda Verde ODV, foto di Elisabetta Galgani per Cittadini Reattivi

La petizione alla Camera dei Deputati e l’esclusione del mare dalle aree da bonificare

Il 24 marzo 2026 il movimento “Fermiamo il disastro ambientale” ha depositato alla Camera dei Deputati una petizione ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione. Al centro c’è la gestione del SIN di Falconara Marittima e il nuovo accordo di programma approvato il 5 giugno 2023 dal MASE. Per i promotori, il punto non è formale ma sostanziale: nel passaggio dal vecchio al nuovo accordo, il mare scompare. L’accordo del 2010 prevedeva interventi sull’intero perimetro del SIN, inclusa l’area marino-costiera antistante la raffineria. Nel nuovo atto, invece, quella stessa area non rientra più tra le priorità operative finanziate ed è rinviata a un eventuale atto integrativo, legato alla disponibilità futura di risorse.

«Non è un dettaglio tecnico. Significa che la parte più grande del sito viene,di fatto lasciata fuori dalle bonifiche», scrivono nella petizione. La critica non riguarda solo la scelta politica, ma anche la base tecnica su cui si fonda. Secondo i firmatari, l’esclusione del mare avviene senza una caratterizzazione completa, cioè senza completare le verifiche necessarie per appurare la presenza, già emersa, di diossine e furani. 

«Si stanno prendendo decisioni su dati incompleti. E questo è inaccettabile quando si parla di salute». Il nodo, spiegano, è che il mare non è un elemento secondario, ma il punto in cui l’inquinamento si accumula e si trasferisce lungo la catena alimentare. È lì che il rischio ambientale diventa esposizione umana: attraverso il pesce, attraverso l’uso diretto della costa. «Escludere il mare significa togliere dal campo dell’intervento pubblico proprio la matrice più critica». Per questo la petizione chiede un’audizione davanti alle Commissioni parlamentari competenti: non solo per segnalare le criticità, ma per portarle dentro un confronto istituzionale diretto. 

Lo stato di avanzamento del SIN Falconara Marittima sul sito del MASE (giugno 2025)

Il Consiglio comunale di Falconara recepisce le richieste dei cittadini

Intanto le azioni del movimento civico hanno cambiato gli equilibri in campo, in un territorio per troppo tempo prono al potere economico. «Dopo il presidio a Roma del 7 marzo è accaduta una cosa importante», spiega Roberto Cenci. «Il 9 marzo il Consiglio comunale di Falconara è stato chiamato a discutere due mozioni sulla vendita della raffineria Api al gruppo Socar: una della maggioranza e una dell’opposizione. Quest’ultima conteneva i punti che portiamo avanti da mesi, chiedendo inoltre il coinvolgimento delle associazioni locali nel tavolo interistituzionale richiesto dal Sindaco».

L’esito, sottolinea Cenci, non era scontato: «Il Consiglio comunale ha deciso all’unanimità di convergere su un documento unico, recependo integralmente tutti gli impegni che abbiamo proposto e che sono i medesimi che abbiamo portato nella petizione al Parlamento». Un passaggio politico che, secondo il movimento “Fermiamo il disastro ambientale”, apre uno spazio concreto di interlocuzione con le istituzioni locali dopo almeno un decennio di contrapposizioni. «È un risultato importante perché riconosce il lavoro delle associazioni e crea le condizioni per una collaborazione. Conclude Cenci: «Gli effetti andranno verificati nei prossimi mesi. Immagino che il Sindaco vorrà dare seguito a questi impegni, le associazioni locali saranno disponibili a collaborare».

L’opuscolo informativo secondo la Direttiva Seveso sul sito del Comune di Falconara Marittima

Rosy Battaglia

Rosy Battaglia è giornalista investigativa e documentarista. Fondatrice di Cittadini Reattivi (2013), applica il metodo scientifico all’inchiesta unendo analisi dei dati, accesso alle informazioni e narrazione civile. Da anni racconta le “zone di sacrificio” italiane ed europee, intrecciando giornalismo, partecipazione civica e ricerca indipendente. È autrice dei doc-inchiesta La rivincita di Casale Monferrato, Io non faccio finta di niente e Taranto chiama, da cui è nata l’inchiesta europea Taranto, zona di sacrificio.

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