«Negli anni ‘70 siamo arrivati a essere 1.079 dipendenti dell’OGR, un paese che i bolognesi non conoscono ancora». Ce le presenta così, con orgoglio, le ex Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato Antonio Matteo che ha lavorato qui per 33 anni. In via Casarini c’è una cittadella abbandonata dentro la città. L’OGR progettate nel 1908, entrano in piena attività dopo 10 anni, diventando il fulcro delle grandi riparazioni dei treni. Si tratta di un’area di 120mila metri quadrati in cui si è consumata una tra le più grandi lotte per la sicurezza sul lavoro: ad oggi si contano oltre 300 morti per amianto, un dato in difetto perché non tiene conto, ad esempio, dei lavoratori degli appalti esterni. All’entrata, al numero 25, c’è una sorta di sacrario con le immagini dei lavoratori morti per essere entrati in contatto con la fibra killer. Uno dei punti della lotta dei lavoratori è stato il riconoscimento che non c’erano “esposti” e non “esposti”, ma tutti erano stati esposti alla “malapolvere”. E purtroppo la lista dei morti per lavoro è sempre stata in continuo aggiornamento.
La cittadella delle Officine invasa dall’amianto

L’amianto deriva dal greco asbestos che vuol dire eterno e indistruttibile: alcune caratteristiche sono comuni agli amianti come la resistenza alle alte temperature, alla combustione e la natura fibrosa. È stato usato come materia prima a livello mondiale, nei più disparati settori industriali, come quello edilizio, tessile, navale e ferroviario. L’Italia è stata il secondo Paese produttore di questo materiale in Europa fino alla fine degli anni Ottanta ed è l’unico Paese dell’Unione Europea insieme alla Grecia in cui sono state attive anche le miniere.
I treni erano pieni di amianto: inizia ad essere pericoloso quando si polverizza, o quando viene spezzato. La fibra inalata nei polmoni non perdona. «L’amianto per noi era un materiale eccezionale, stupendo, facile da raschiare: non facevi fatica, è una polverina che veniva via facilmente. Poi era antirumore, facile da applicare e togliere, resistente alle alte temperature» racconta Antonio Matteo. Gli fa eco Giovannino Albanese, come Antonio Matteo, anche lui entrato a lavorare nelle OGR negli anni ‘70: «L’amianto era un materiale all’interno dell’officina, la meno invadente, perché c’era il rumore dei tali delle lamiere, c’era puzza di saldature, ti potevi bruciare e così via… L’amianto non era tutto questo, anzi era un materiale prodigioso. E allora succedeva che se nasceva un figlio a qualche collega andavamo a festeggiare e ci bevevamo un bicchiere di vino o a mangiare un dolce sul treno scoperto, carico pieno di amianto».
Amianto, la strage infinita dell’ex OGR di Bologna

All’inizio i reparti di lavorazione e riparazione delle carrozze erano tutti contigui e in un ambiente unico, la polvere d’amianto si disperdeva ovunque: dalla falegnameria alla tappezzeria agli elettricisti ai lamierai fino alla mensa. In realtà è del 1906 un Regio Decreto che vietava l’esposizione al pulviscolo d’amianto e la sua tessitura alle donne e ai bambini e la Legge del 12/4/1943 estendeva l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori alla silicosi e asbestosi e cercava di arginare i danni di esposizione dell’amianto. Lo Stato con il decreto ministeriale del 18/4/1943 ribadiva che l’esposizione all’amianto poteva provocare il cancro e nel 1973 anche l’Agenzia Internazionale per la Ricerca su cancro aveva sancito la pericolosità di questo materiale.
Ma di questo nessuno sa nulla all’OGR: come dicono i lavoratori “all’epoca non esisteva Internet, in azienda nessuno ne parlava”. «Cominciarono ad ammalarsi i nostri colleghi e poi ci eravamo messi in contatto con altri i lavoratori, quelli della Derbit, un’azienda di Castenaso che produceva guaine rivestite di amianto, e che nel 1977 avevano aperto una vertenza per eliminare l’amianto dalla produzione» racconta Antonio Matteo. Un collega poi si imbatte in un articolo sulla ricerca di uno scienziato americano Irving Selikoff che aveva dimostrato la correlazione tra inalazione della fibra dell’amianto e tumore al polmone. Il killer invisibile e silenzioso inizia a rivelarsi in tutta la sua violenza ai lavoratori dell’OGR che nel 1979 aprono una vertenza sindacale in cui chiedono di dotare gli operai di misure di protezione individuale, isolare le lavorazioni a rischio e programmare la bonifica generale dei reparti.
Proprio in quel periodo nasce il Sistema Sanitario nazionale che cambia completamente la situazione: «Abbiamo avuto la possibilità, la voglia e la determinazione di far entrare i medici della medicina del lavoro esterno ai medici della ferrovia – spiega Giovannino Albanese – E loro a questo punto ci hanno aperto gli occhi e hanno detto: “ragazzi, state attenti, dovete fare, così così”. E da quel momento è iniziata la nostra procedura: con dei piccoli accorgimenti, con la mascherina, con i guanti, cose che prima non usavamo quando facevamo gli smontaggi». Conclude amaro Antonio Matteo: «Nessuno di noi immaginava una tragedia di questo tipo, non avevamo nessuna misura, non avevamo niente in mano, nessuna statistica. Avemmo la fortuna allora di parlare con i medici del lavoro, anche per capire come muoverci, perché l’azienda chiaramente era sempre un passo dietro a noi, eravamo sempre noi che dovevamo dire: “Guardate che facciamo anche così”. Fai fatica a pensare che tutte queste cose le hanno fatte degli operai e non le ha fatte chi era un tecnico attrezzato».
La decoibentazione dall’amianto: chi la fa?

C’era da salvaguardare anche il lavoro. Per questo si avviano lunghe ed animate assemblee nei reparti per informare tutti i lavoratori: nasce fin da subito una solidarietà con altri operai che lavorano in altre ditte e lavorano con l’amianto. Gli operai dell’ex OGR vanno a vedere il lavoro com’era alle Reggiane, alla Gallinari, alla Casaralta, alla Davidson di Genova, all’Italsider, ai cantieri navali di Monfalcone, unendo la loro battaglia con quella degli altri.
Una tappa della battaglia è la sicurezza di tutti i lavoratori, il punto finale diviene la messa al bando di questo materiale così pericoloso. La decoibentazione viene quindi presa in carico dagli operai dell’OGR. Deve essere fatta da tutti quelli in salute, con un turno all’anno. I primi mezzi di protezione se li studiano i lavoratori stessi. Mano a mano arrivano quelli veramente efficienti: le tute integrali, i guanti fino al gomito, le mutande monouso, la doccia con tutta la tuta. E finalmente l’allestimento dei binari protetti, in modo che le lavorazioni non si mischino. «È stata un’emozione quando l’ENEA, nel 1994, due anni dopo la messa al bando dell’amianto, fece proprio il protocollo sulla sicurezza, realizzato di fatto da noi, dalle maestranze della OGR» racconta orgoglioso Matteo.
Gli appalti esterni scaricano il problema amianto su altri lavoratori
Purtroppo il killer silenzioso continua a mietere vittime, a far ammalare senza ritorno: per il mesotelioma pleurico non esiste nessuna cura. Nel 1983 le Fs appaltano all’esterno la rimozione dell’amianto dai treni e il problema di salute si moltiplica a cascata. Tante le ditte private coinvolte che lavorano in fretta e male, senza alcuna protezione, senza alcun rispetto per gli operai che lavorano in condizioni disumane. Come L’Isochimica di Avellino. I lavoratori dell’ex OGR vanno in visita e denunciano.
Inoltre i treni che tornano dalle ditte appaltatrici sono decoibentate male e quindi costringono molte volte a ripetere il lavoro. «Noi sapevamo come metterci le mani lì – spiega Matteo – sapevamo gli angoli, gli anfratti, dove poteva rimanere, perché c’erano alcune cose che rimanevano nascoste, non te ne accorgevi, te ne accorgevi solo quando ci andavi a lavorare. Quando magari usavi l’aria compressa, allora veniva su una nube di polvere che non ti immaginavi che lì ci fosse, oppure facevi un foro senza sapere che dentro lì c’era l’amianto». La strage silenziosa si allarga.
L’associazione AFeVA che combatte per la giustizia

«L’amianto è un problema che genera una distorsione temporale – spiega Andrea Caselli di AFeVA Emilia Romagna, Associazione Familiari e Vittime Amianto – se tu lo inali oggi la malattia, in particolare il tumore al polmone ma soprattutto il mesotelioma, possono emergere a 20, 30, 40, 50 anni di distanza. Questo scarto temporale impedisce che si prendano provvedimenti e sia fatta giustizia subito: a differenza degli incidenti sul lavoro in cui l’impatto è immediato e tutti si accorgono di quello che è accaduto». L’associazione Familiari vittime amianto dell’Emilia Romagna nasce nel 2014 sostanzialmente con una richiesta alla CGIL, da parte dei lavoratori delle Officine grandi riparazioni di Bologna, dei lavoratori dell’Eternit di Rubiera e delle altre fabbriche di Reggio Emilia che operavano con l’amianto.
«Noi avevamo forti rapporti con l’Associazione familiari vittime amianto di Casale Monferrato perché c’era uno stabilimento di Eternit anche a Rubiera quindi in provincia di Reggio Emilia – spiega Caselli – La CGIL decide di dare luogo quindi alla costituzione, ispirata aall’esperienza di Casale Monferrato e di cominciare a lavorare sia sulla tutela delle persone che sono state esposte all’amianto quindi di intervenire sui servizi ospedalieri di cura del mesotelioma, sulla parte dell’epidemiologia del mesotelioma e degli altri tumori da amianto per dare luogo a un presidio territoriale delle AUSL».
La prima grande ricerca epidemiologica sui lavoratori OGR viene dall’AUSL di Bologna

Proprio nel 2014 si chiude il primo grande studio epidemiologico di mortalità nella coorte dei lavoratori OGR di Bologna portato avanti dalla UOPSAL (Unità Operativa Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro) del Dipartimento di sanità pubblica dell’Ausl di Bologna. Il team è composto da Antonia Guglielmin, Daniela Cervino, Corrado Scarnato, Eleonora Scarlino e Pasqualina Marinilli. C’erano già stati degli studi precedenti ma di piccole dimensioni e tarati solo su alcune specifiche mansioni. L’indagine dell’unità operativa si concentra su 3.115 lavoratori presenti in azienda dal gennaio 1957 e ancora al lavoro nel 1960, e tutti i nuovi assunti da questa data al 31 dicembre 1995, considerato il termine dell’esposizione significativa da asbesto alle OGR (il periodo di follow-up va invece dal 1960 al 2014). Sono stati presi in considerazione le mansioni, la data d’ingresso al lavoro, il tempo di esposizione e la latenza, intesa come anni intercorsi tra l’inizio della esposizione e la data del decesso.
Lo studio ha confrontato in particolare la mortalità per patologie amianto correlate nel gruppo di lavoratori OGR, confrontandola con quella attesa nella popolazione generale. «È stato analizzato lo stato in vita e nel caso di decesso le cause di morte di circa 3.000 lavoratori della coorte OGR. Per i lavoratori risulta una mortalità significativamente maggiore per patologie causate o correlate all’amianto: 102 decessi per mesotelioma pleurico, 5 per mesotelioma peritoneale (5 casi contro i circa 2 attesi), asbestosi (1 caso contro nessuno atteso), tumore maligno dell’ovaio. Per quanto riguarda il mesotelioma: sono 102 casi di mesotelioma nei lavoratori OGR contro i 4 attesi nel confronto con la popolazione generale non esposta – spiega Paolo Galli direttore dell’Unità operativa PSAL dell’Ausl -. È stata fatta anche una verifica dell’insorgenza di tumore al polmone che è anche un’altra patologia che è conseguente all’esposizione ad amianto. In quest’ultimo caso però le differenze tra i casi insorti all’interno della popolazione OGR e i casi nella popolazione generale non erano così significative, perché il tumore al polmone è molto diffuso anche nella popolazione generale». Un eccesso statisticamente significativo per tumore del polmone è stato osservato solo per le mansioni con maggiore esposizione. «La situazione del mancato eccesso per tumore del polmone è un dato comune ad altre officine di manutenzione e riparazione rotabili ferroviari simile all’OGR» spiega la dottoressa Daniela Cervino. Un ulteriore aggiornamento dello stato in vita è stato ripetuto nel 2019 e poi nel 2025. «Dal 2024 al 2025 è stato avviato un altro lavoro che ha coinvolto la stessa coorte, in questo caso di ex lavoratori delle OGR, perché adesso le OGR sono sostanzialmente chiuse – continua Galli – Oggi seguendo questo gruppo nel corso degli anni, sono emersi, rispetto al 2014, 40 decessi in più per mesotelioma e 25 decessi in più per tumore al polmone».
ll dato degli “oltre 300 morti” legati alle Officine Grandi Riparazioni restituisce solo una parte della dimensione reale della strage da amianto a Bologna. Si tratta infatti di un numero riferito a una singola realtà produttiva, che non esaurisce l’impatto complessivo dell’esposizione professionale e ambientale sul territorio. Secondo i dati del Registro Mesoteliomi dell’Emilia-Romagna (ReM), aggiornati al 31 dicembre 2025, tra il 1996 e il 2025 sono stati registrati in regione 3.789 casi di mesotelioma maligno, di cui 826 nella sola provincia di Bologna. Si tratta però esclusivamente dei casi di mesotelioma – la patologia sentinella dell’esposizione ad amianto – e non del totale delle patologie asbesto-correlate. Se si amplia lo sguardo, la dimensione del fenomeno appare ancora più estesa. Nell’ambito dell’istruttoria pubblica sull’amianto del Comune di Bologna (2014), l’Ausl aveva registrato 749 malattie asbesto-correlate tra il 1989 e il 2014, comprendendo mesoteliomi, tumori polmonari e asbestosi. Di queste, 403 risultavano riconducibili agli stabilimenti ferroviari, in particolare alle OGR.
Chi ha pagato per tutto questo?

Se da un punto di vista sanitario è stata fatta chiarezza, l’associazione AFeVA si è presa in carico l’aspetto anche della tutela previdenziale da parte di Inps e del riconoscimento delle malattie professionali dall’INAIL. La questione delle responsabilità ha due aspetti, quello civile e quello penale. In 15 anni l’associazione Afeva ha recuperato per le vittime circa 12 milioni di euro. «I risarcimenti sono legati alle cause in sede civile, qualche volta hanno portato a conciliazioni, 200-400.000 euro, ma in genere noi puntiamo ad avere una sentenza almeno in primo grado – spiega Andrea Caselli – Qualche volta, per i ricorsi delle Ferrovie, arriviamo anche in Appello e Cassazione: in questi casi la media dei risarcimenti è sui 750.000 euro».
Diversa la questione della ricerca delle responsabilità penali, che si è conclusa il 21 aprile 2020 con l’archiviazione del rinvio a giudizio. Nonostante la sentenza di archiviazione ritenga provata “sia la avvenuta esposizione ad amianto dei lavoratori individuati in corso di indagine durante il periodo di riferimento sia la sussistenza del nesso di causalità tra tale esposizione e l’insorgere delle malattie professionali e decessi denunciati”. Nella seconda parte della sentenza il giudice analizza con esito diverso le singole posizioni di garanzia rispetto alle imputazioni a carico dei soggetti: alcuni degli imputati risultavano deceduti, altri avevano ricoperto le posizioni di responsabilità per periodi brevi, per altri si rilevavano scarsi poteri e ruolo di esterni alle Fs, per uno era determinante l’età, 98 anni, infine per i possibili imputati dopo l’84, nonostante la memoria dei ricorrenti, il giudice rileva che erano iniziate le procedure di messa in sicurezza e avevano ricoperto le mansioni per un periodo breve.
L’elemento di riferimento è la sentenza di Cassazione 3/11/2016 che sostanzialmente afferma che anche ove sia certo il nesso fra patologia e esposizione amianto, in presenza del succedersi di diverse posizioni di garanzia, non è possibile attribuire ad uno o all’altro la responsabilità penale del singolo caso morboso, previsione fortemente e scientificamente contestata dalle Associazioni.
«C’è una sensazione di beffa – conclude amaro Andrea Caselli – tutti i motivi per cui si poteva arrivare ad una condanna sono stati verificati l’amianto c’era, le malattie c’erano, il nesso causale tra esposizione all’amianto e le malattie, non erano state rispettate le norme vigenti per garantire la sicurezza dei lavoratori. Non si può però individuare il responsabile singolo e condannare qualcuno per quello che è successo».
Officine OGR, un caso studio di come si intraprende una lotta

Ma la storia delle Officine OGR travalica le storie personali: è ormai un caso studio di come si porta avanti una lotta. Come dice Andrea Caselli: «L’associazione e il sindacato non avrebbero mai potuto avere un impatto così importante se non ci fosse stato un protagonismo diretto da parte delle vittime esposte magari 40 anni fa, che oggi sono attive non solo per i diritti di quelle persone, ma anche per fare quell’attività di prevenzione per evitare i guasti futuri. Mettendo in campo i propri corpi, la propria sofferenza, il proprio disagio, il proprio dramma per evitare le future esposizioni e quindi i drammi futuri. Da questo punto di vista è un legame solidaristico fra una generazione che ha vissuto questa tragedia e le altre che devono essere salvaguardate da questa».
Nel 1992 la legge 257 finalmente vietava in tutta Italia l’estrazione, la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto. Una legge anche frutto della lotta di Casale Monferrato e anche dei lavoratori dell’ex OGR di Bologna. «C’è stata tutta una serie di concause che siamo riusciti a mettere assieme, lotte di lavoro, cambiamenti nella società, – racconta Antonio Matteo – perché negli anni 70 è successo di tutto e di più, forse è stato quello che ci ha legato maggiormente: terrorismo rosso, nero, la legge sul divorzio, l’aborto, la strage della stazione in cui un nostro compagno di lavoro ha perso la figlia e la moglie, perciò tante cose che ci legavano ulteriormente. E poi questa lotta, questa lotta che ci ha uniti in una maniera incredibile, con tutte le difficoltà che c’erano. A volte dovevi convincere i colleghi perché c’erano anche quelli che non ne volevano sapere, come se fossero stati al di fuori, non li avrebbe toccati. Purtroppo quella polvere lì ha toccato tutti. E male».
L’area dell’ex OGR in Via Casarini è stata chiusa e nel 2018, grazie alla richiesta di AFeVA Emilia Romagna, inserita nella lista dei Siti di interesse nazionale, mentre una parte delle attività sono state trasferite in Via del Lazzaretto. «È stato predisposto un piano di caratterizzazione dell’area che è ancora in corso – spiega Andrea Caselli- sappiamo che l’amianto non è stato trovato, c’erano molti altri inquinanti tipici delle attività industriali di quegli anni». L’area quindi è ormai libera dalla fibra killer. «Aspettiamo ovviamente che si concluda questa fase per saperne i risultati perché da anni stiamo rivendicando che all’interno del vecchio stabilimento nasca un museo della memoria sia delle vicende lavorative e industriali, sia della tragedia dell’amianto che lì dentro si è sviluppata nell’arco di decine di anni». Una sorta di risarcimento della Memoria.