Il SIN Bacino del Fiume Sacco: la lotta all’inquinamento non è finita

Uno dei più estesi Siti di Interesse Nazionale d’Italia: 7.235 ettari tra Roma e Frosinone, 19 Comuni e 200.000 residenti

Vista sulla Valle del Sacco

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Nel Lazio, il SIN “Bacino del Fiume Sacco” è tra i 42 Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche: aree altamente inquinate, dove i danni all’ambiente e i rischi per la salute sono tali da rendere necessario l’intervento dello Stato. Con una superficie complessiva di 7.235 ettari e il coinvolgimento di 19 Comuni per un totale di circa 200.000 residenti, questo SIN è il terzo in Italia per estensione terra. Siamo tra le province di Roma e Frosinone e nel letto della Valle del Sacco, il fiume scorre per 87 Km prima di confluire da destra nel fiume Liri. 

«Ho ricordi limpidi, di acqua limpida, di terre belle. Non sono contro il progresso, ma deve avvenire nel rispetto di tutti», racconta a Cittadini Reattivi la vicepresidente di Rete Tutela Valle Del Sacco (Retuvasa) Letizia Roccasecca

Da sempre a vocazione agricola, i campi fertili della Valle cambiano volto a partire dagli anni Sessanta, quando con gli incentivi della Cassa per il Mezzogiorno (ente pubblico per il finanziamento dello sviluppo del Sud Italia), il territorio si trasforma in un polo industriale

Sin Bacino del Fiume Sacco. Credit foto: Progetto Indaco
Perimetro del Sin Bacino del Fiume Sacco. Credit foto: Progetto Indaco

La contaminazione da beta-esaclorocicloesano: origine, diffusione e impatti

L’industrializzazione dell’area, però, nel corso dei decenni mostra le sue criticità e, a seguito di una campagna di controllo prevista dal Piano Nazionale Residui – programma annuale del Ministero della Salute che monitora la presenza di sostanze non autorizzate negli alimenti di origine animale – il 19 maggio 2005, viene dichiarato lo Stato di emergenza socio-economico e ambientale

Indagine Istituto Zooprofilattico Lazio e Toscana. Credit immagine: Rapporto Istituto Zooprofilattico
Dal rapporto dell’Istituto Zooprofilattico Lazio e Toscana

Durante le analisi dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, nel marzo 2005, in un campione di latte prelevato da un’azienda bovina di Gavignano (Rm), venne trovata una concentrazione di beta-esaclorocicloesano o β-HCH – sostanza chimica che deriva dalla produzione del pesticida lindano – pari a 0,062 milligrammi per chilo, a fronte di un limite consentito di 0,003 milligrammi per chilo (circa 30 volte superiore al limite di legge). 

Un successivo piano di campionamento di massa sul latte bovino – spiega la relazione attività 2001-2010 dell’Istituto Zooprofilattico – aveva l’obiettivo di “verificare il foraggio come fattore di rischio primario associato alla contaminazione del latte”. Per questo “sono stati prelevati campioni di latte da tutti i 244 allevamenti di bovini da latte localizzati nella Valle”

Dalle analisi emerse che l’uso di foraggi provenienti da aree irrigate o allagate dal fiume Sacco comportava un rischio di contaminazione da ß-HCH fino a 100 volte superiore rispetto ai foraggi non esposti. Ulteriori indagini confermarono positività anche nel latte ovino e bufalino. 

Molte aziende furono costrette a bloccare le attività, con ingenti perdite e venne istituito il divieto di coltivazione nei terreni entro 100 metri dal fiume e in quelli esposti alle esondazioni, oltre che il divieto di utilizzare l’acqua del fiume per irrigare i campi. La contaminazione era ormai entrata nella catena alimentare. 

L’emergenza coinvolse i Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano in provincia di Roma e quelli di Paliano, Anagni, Sgurgola, Morolo e Supino in provincia di Frosinone. (vedi approfondimento: “Un inquinante fossile: cos’è il β-HCH e quali effetti ha sulla salute umana”)

Le origini della contaminazione da ß-HCH nel territorio

La contaminazione del fiume Sacco da ß-HCH è avvenuta nel territorio di Colleferro (Rm), nel punto in cui il Fosso Cupo confluisce nel fiume. Questo corso d’acqua attraversa l’ex polo chimico della cittadina, che comprendeva la Snia BPD e la partecipata Caffaro. Per decenni, gli scarti industriali contenenti questa sostanza sono stati smaltiti ilrregolarmente, interrati o lasciati all’aperto. Piogge ed esondazioni hanno poi diffuso le sostanze chimiche nelle acque del fiume, causando un’ampia contaminazione. 

Ex Snia-Bpd Colleferro, polo chimico. Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Ex Snia-Bpd Colleferro (Rm). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Il polo industriale di Colleferro nacque nel 1912 quando l’ingegner Leopoldo Parodi Delfino e l’imprenditore e politico Giovanni Bombrini rilevano lo zuccherificio Valsacco nei pressi della stazione Segni Scalo e fondano la B.P.D. Impegnata nella produzione di esplosivi, dopo la prima guerra mondiale, l’attività subì una contrazione e vennero avviate nuove produzioni chimiche tra cui il pesticida lindano.

Nel tempo nacquero anche altre realtà industriali tra cui il cementificio, produzioni tessili e meccaniche. Nata attorno all’industria, l’area di Colleferro si affermò come principale polo industriale a sud di Roma e divenne Comune solo nel 1935. 

Tornando al polo chimico, alla fine degli anni Sessanta la SNIA acquisisce la BPD e negli anni Ottanta vi si insediò la Caffaro, fino alla cessazione delle attività nei primi anni Duemila. 

La sentenza storica della Corte Europea di Giustizia

La Caffaro, controllata dalla SNIA, era già finita al centro di un’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali che nel 2017 aveva ricostruito anni di contaminazioni (non solo da ß-HCH) e un intreccio complesso di società e responsabilità. 

Ex Caffaro Colleferro (Rm). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Ex Caffaro Colleferro (Rm). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Negli anni si sono aperti diversi procedimenti giudiziari per stabilire chi dovesse rispondere dei danni ambientali provocati dagli stabilimenti di Colleferro, Brescia, Torviscosa e Galliera. 

Alla fine, la multinazionale LivaNova, erede del gruppo SNIA dopo una lunga catena di fusioni e scissioni, è stata condannata dalla Corte di Giustizia Europea a risarcire oltre 450 milioni di euro allo Stato.

Una cifra che andrà al Ministero dell’Ambiente, che finora ha sostenuto gran parte dei costi delle bonifiche. 

Una sentenza storica, che ribadisce un principio chiaro: chi inquina, paga.

Una contaminazione dai riflessi internazionali

Vietato in 52 Paesi dal 2006, tra gli anni ’60 e ’80 il lindano è stato ampiamente usato in tutto il mondo. In Italia la sua produzione è vietata dal 2001 e in Europa dal 2007. Di fatto, non è un problema solo italiano, tanto che l’Unione Europea dal 2019 al 2023 ha finanziato il progetto LINDANET. Tra vari partner europei, ne ha fatto parte anche lo stesso Istituto Zooprofilattico Lazio e Toscana, contribuendo all’obiettivo di creare reti e condividere esperienze per migliorare le politiche pubbliche in materia. Alla sessione conclusiva ha preso parte anche la Rete Tutelva Valle del Sacco (Retuvasa).

«A livello mondiale – spiegava a Cittadini Reattivi già nel 2023 la prof.ssa professoressa associata del Dipartimento di Scienze Biochimiche dell’Università La Sapienza di Roma Margherita Eufemi – ci sono 7 mln di tonnellate di scarto del lindano. Si tratta di uno degli inquinanti più stabili e più difficilmente biodegradabili, tanto che un gruppo indiano ha definito la Terra come “lavandino del lindano’”. Noi lo abbiamo definito l’inquinante fossile». 

La storia del SIN

Il 2 dicembre 2005, dopo una prima perimetrazione viene istituito il SIN. Nello stesso anno viene pianificato un bio-monitoraggio sulla contaminazione da ß-HCH. Il primo rapporto triennale, curato dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio (DEP Lazio) e pubblicato nel 2013, conferma che l’esposizione prolungata al beta-esaclorocicloesano nel bacino del fiume Sacco ha causato un accumulo significativo nella popolazione locale. Le persone più esposte vivevano vicino al fiume, utilizzavano acqua di pozzo privato e consumavano prodotti agricoli o animali locali. 

Negli anni successivi alla scoperta dell’inquinamento, lo stato di emergenza ambientale viene più volte prorogato e il SIN ridefinito.

Nel 2013 l’area viene declassata da Sito di Interesse Nazionale a Sito di Interesse Regionale. Ma nel 2014 il TAR del Lazio annulla il declassamento, restituendo la competenza sul procedimento di bonifica al Ministero dell’Ambiente. 

Da qui, due anni dopo, nel 2016, grazie a un nuovo decreto ministeriale, il SIN Bacino del fiume Sacco arriverà a comprendere le aree ripariali del fiume, diversi siti industriali dismessi lungo la Valle e una discarica, coinvolgendo 4 Comuni della provincia di Roma (Colleferro, Segni, Gavignano e Artena) e 15 della provincia di Frosinone (Anagni, Paliano, Sgurgola, Morolo, Ferentino, Supino, Patrica, Frosinone, Ceccano, Pofi, Castro dei Volsci, Ceprano, Falvaterra, Pastena e Arce). 

Oltre il β-HCH: un mosaico di inquinanti nella valle

Studi scientifici e sanitari hanno confermato la crisi ambientale e sanitaria. Lo mostrano le analisi del DEP Lazio e lo dice lo Studio SENTIERI: un sistema di sorveglianza coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità che monitora la salute delle persone che vivono vicino a zone inquinate. Anche le ricerche sulla fertilità maschile guidate dall’andro-urologo dell’Asl di Salerno e membro di ISDE – Medici per l’Ambiente Luigi Montano, confermano questi rischi. 

«Nei nostri studi abbiamo osservato differenze importanti anche con la Terra dei Fuochi nel seme dei ragazzi della Valle del Sacco. Nel 2021, i parametri di questo territorio sono risultati i peggiori», aveva spiegato nel 2023 Luigi Montano a Cittadini Reattivi. «Parliamo di ventenni non fumatori, non bevitori e non esposti professionalmente. Allargando lo studio a territori compromessi come Brescia, Vicenza, Modena e Capriolo, fino in Spagna, nella Valle del Sacco c’è una qualità del liquido seminale tra le più scarse». Per il professor Montano «dal momento che il liquido seminale è un bio-accumulatore, al di là del lindano c’è un insieme di altri fattori poiché ci sono alcuni metalli che sono risultati in eccesso». «L’unica operazione da fare – aveva concluso – sarebbero le bonifiche». 

Il seme maschile, infatti, è un indicatore precoce e – come viene definito nel progetto EcoFoodFertility coordinato da Montano – è una “sentinella” della salute umana e ambientale, capace di rilevare tempestivamente gli effetti dell’ambiente, dell’alimentazione e degli stili di vita sul benessere dell’uomo. 

Il caso che ha acceso i riflettori sull’inquinamento della Valle

Il 19 luglio 2005, in provincia di Frosinone, 25 mucche vengono trovate morte lungo gli argini del Rio Santa Maria, un piccolo affluente del fiume Sacco. Le indagini confermano che la causa del decesso fu un avvelenamento da cianuro, presente nelle acque come scarto tossico abusivo di un’attività industriale della zona. Nonostante due mesi prima fosse stato dichiarato lo stato di emergenza economico ambientale, fu questo l’episodio che portò la Valle del Sacco sotto i riflettori, oltre che dimostrare come le problematiche ambientali e sanitarie dell’area non possono essere associate soltanto alla contaminazione da ß-HCH. 

Colleferro e la questione rifiuti 

A Colleferro, negli stessi anni in cui la cittadina iniziava a fare i conti con l’eredità dell’inquinamento chimico, si aprì un’altra battaglia ambientale: quella contro le due linee di incenerimento dei rifiuti di Colle Sughero, a poca distanza dall’ex polo industriale.

Ex inceneritori di Colleferro (Rm). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Ex Inceneritori di Colleferro (Rm). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Indagini rivelarono che i dati sulle emissioni venivano manipolati e che ad essere inceneriti non erano solo quelli urbani non riciclabili, ma anche rifiuti non conformi. Dopo anni di udienze e rinvii, il processo si concluse con la prescrizione nel 2018, ma la mobilitazione delle cittadine e dei cittadini non si fermò, portando nello stesso anno alla chiusura degli impianti

«Dopo la grande manifestazione del 2017 con circa 5000 persone, stabilimmo un presidio permanente. Da qui, qualche mese dopo siamo riusciti a bloccare il camion che portava alcuni pezzi di ricambio per rimettere in sesto gli inceneritori. Alcuni sindaci tra cui quello di Colleferro si sono addirittura stesi per terra davanti al camion», racconta a Cittadini Reattivi il presidente di Rete Tutela Valle del Sacco (Retuvasa) Alberto Valleriani. «Questo episodio del 5 dicembre 2017 ha determinato la chiusura degli inceneritori», conclude. 

La gestione dei rifiuti è un altro capitolo importante nella storia ambientale di Colleferro. Oltre agli inceneritori qui c’è la discarica di Colle Fagiolara, seconda per grandezza nel Lazio dopo Malagrotta e che per anni ha accolto i rifiuti urbani indifferenziati. Oggi è chiusa e nel 2024 la Regione Lazio ha avviato il processo di controllo e messa in sicurezza per renderla inerme dal punto di vista ambientale. 

Anagni e l’incidente della Marangoni: un altro capitolo della contaminazione nella Valle del Sacco

Ex Marangoni di Anagni (FR). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Ex Marangoni di Anagni (Fr). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Di fatto, ogni territorio del SIN presenta peculiarità specifiche legate alla presenza di attività industriali di vario tipo. Ad Anagni, dove si contano numerosi impianti produttivi e poli logistici, l’impronta lasciata dalla Marangoni è uno degli episodi più evidenti. Oggi chiusa, questa industria è stata attiva nel settore della gomma e della produzione di pneumatici e dal 2001 ha iniziato l’attività di incenerimento di pneumatici fuori uso (PFU). Negli anni successivi ha anche presentato progetti per adeguare l’impianto al trattamento del car-fluff (residui triturati di autoveicoli), ottenendo l’autorizzazione. 

Il 25 marzo 2009 si verifica un incidente nello stabilimento da cui fuoriesce il carbon black o nerofumo, una polvere finissima di carbonio (utilizzata principalmente come pigmento nero e rinforzante per la gomma) che si è dispersa nella zona. Le analisi su animali rilevano diossine e PCB, portando le autorità a vietare il pascolo e il consumo dei prodotti agricoli e animali coltivati nel raggio dei 500 metri dall’impianto

Dall'archivio di Letizia Roccasecca: carbon black sul pigiama. Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Dall’archivio di Letizia Roccasecca: carbon black sul pigiama. Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Diversi ricorrenti hanno intentato una causa legale ancora in corso contro la Marangoni: la denuncia riguarda disastro ambientale, omicidio colposo e lesioni personali gravissime, in quanto le emissioni dello stabilimento avrebbero contribuito secondo l’accusa, allo sviluppo di patologie respiratorie, tumori e altre malattie tra gli abitanti della zona. 

Il problema del depuratore non funzionante ad Anagni

Depuratore consortile di Anagni (Fr) non funzionante. Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Depuratore consortile di Anagni (Fr) non funzionante. Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Sempre ad Anagni, una criticità significativa riguarda la gestione dei reflui civili e industriali, con la mancanza di un depuratore funzionante. Una storia iniziata negli anni ‘90 e che continua fino ad oggi nonostante i progetti approvati e i milioni investiti. Il depuratore consortile non è entrato in funzione per via della mancanza di ulteriori adeguamenti e del completamento della fognatura. Addirittura è anche stato depredato di materiali e impianti. 

Nel 2021, una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia per non aver rispettato gli obblighi della direttiva Ue sulle acque reflue. Per la Corte, l’Italia ha omesso di garantire il corretto trattamento delle acque reflue urbane in numerosi comuni tra cui quello diAnagni. 

Il fiume dei veleni

È l’inquinamento delle acque fluviali il comune denominatore del SIN e non solo a causa del ß-HCH. Analisi dell’Arpa già nei primi anni dell’emergenza rivelarono la presenza di tensioattivi e metalli non riconducibili all’ex polo chimico di Colleferro quali Arsenico, Piombo, Mercurio e Nichel

In più negli anni non sono stati pochi i fenomeni di schiume nel Sacco e nei suoi affluenti. Come si legge sulla stampa locale, questi episodi, anche molto recenti, sono avvenuti in più punti del fiume e ad Anagni si sono verificati soprattutto all’altezza della Centrale Idroelettrica al confine con Sgurgola.

Centrale Idroelettrica tra Anagni e Sgurgola (Fr). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi
Centrale Idroelettrica tra Anagni e Sgurgola (Fr). Foto di Elisa Rossi per Cittadini Reattivi

Nel 2018, anche Ceccano è stata teatro di un grave episodio, con la comparsa, più volte, di una densa schiuma biancastra lungo il corso del fiume. Le analisi confermarono la presenza di tensioattivi derivanti da detergenti ed emulsionanti. Nel 2019 e poi nel 2021 sono stati registrati episodi di moria di pesci

Le proteste dei cittadini di Ceccano per la salute e l’ambiente

A Ceccano, cittadine e cittadini sono più volte scesi in piazza per chiedere interventi, non solo per i ripetuti episodi di schiuma nel fiume, ma anche per un altro problema che da tempo affligge la comunità: gli odori nauseabondi provenienti dal depuratore

«Qui abbiamo anche una discarica. Noi cittadini siamo preoccupati e sfiduciati perché c’è stato un aumento dei tumori. La qualità dell’aria, delle acque e del suolo è davvero compromessa», commenta a Cittadini Reattivi Giuseppina Aureli, cittadina impegnata per l’ambiente che nel 2018 promosse una petizione a cui rispose l’allora Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. 

Un’aria difficile da respirare

All’eredità lasciata dall’industria fossile nella Valle del Sacco si somma un altro problema ambientale: la scarsa qualità dell’aria. Oltre all’impatto delle attività industriali, pesano il traffico veicolare, e la presenza dell’autostrada che taglia in due la valle. 

Secondo i dati Arpa, i centri in cui si registrano il maggior numero di sforamenti dei limiti di legge per le polveri sottili (PM10 e PM2.5) sono Frosinone, Ceccano e Colleferro. In particolare a Frosinone, il problema è aggravato sia dall’intenso traffico urbano sia dall’uso diffuso dei sistemi di riscaldamento tradizionali. 

Tuttavia, nel 2025 Colleferro non ha superato i 35 giorni di sforamenti consentiti per legge. «Un dato positivo, unico nella storia, frutto delle conquiste del movimento ambientalista e delle scelte delle nostre amministrazioni», ha commentato su Facebook il sindaco Pierluigi Sanna. (vedi “Bonifiche ambientali: a che punto siamo”)

Elisa Rossi

Giornalista freelance, si occupa di tematiche ambientali e disuguaglianze. Collabora dal 2022 con Cittadini Reattivi, applicando un approccio civico, scientifico e investigativo. Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo e in Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università La Sapienza, è anche content writer e social media manager

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