Un secolo di produzione chimica. Venticinque anni di emergenza ambientale.
Ma dal 21 marzo 2026 Brescia prova a parlare di una nuova primavera. E’ stato inaugurato l’ultimo parco pubblico, il Parco della Resistenza e di Iqbal, bonificato da diossine e dai PCB (policlorobifenili), prodotti e sversati nell’ambiente dalle industrie Caffaro. «Tutto nasce circa dieci anni fa dall’impegno dei genitori, insegnanti, cittadini del quartiere che chiedono di bonificare i disastri prodotti dalla Caffaro fino ai loro terreni», racconta la sindaca Laura Castelletti.
Dai parchi restituiti alla città alla memoria del disastro ambientale
«Siamo partiti dalla scuola Calvino-Deledda, i bambini non potevano fare ricreazione all’aperto. Con l’amministrazione precedente, all’epoca ero vicesindaco del sindaco Emilio del Bono, abbiamo cominciato a lavorare sulle bonifiche della città, pezzo dopo pezzo, in particolare in questo quartiere, perché ne aveva un particolare bisogno», ricorda la prima cittadina.
«Riapriamo un parco, ma stiamo in qualche misura ripristinando un diritto: il diritto alla salute, il diritto al gioco, al tempo libero». L’assessora all’Ambiente Camilla Bianchi insiste sul significato civile dell’intervento. Per l’amministrazione, il caso Brescia può diventare una buona pratica proprio perché tiene insieme pressione civica, continuità amministrativa, risorse pubbliche e cantieri finalmente aperti.
Poche settimane prima, il 13 febbraio, sono iniziate le demolizioni del sito Caffaro, la fabbrica che per decenni ha prodotto lavoro da una parte e veleni dall’altra. Divenuta “il grande buco nero della città”, sottolinea la sindaca, ha lasciato in eredità le più svariate sostanze chimiche e contaminanti cancerogeni dispersi nei suoli, nelle acque, nella falda e nel sangue dei bresciani.

Caffaro, un secolo di produzione e l’emersione del danno
Una vicenda complessa che lo storico dell’ambiente, il professor Marino Ruzzenenti ha ricostruito e denunciato per primo, nel libro “Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia”, contribuendo a far emergere pubblicamente la dimensione del disastro, che portò nel 2001 al riconoscimento del Sito di Interesse Nazionale, “Brescia Caffaro”. «Il merito di aver fatto emergere questa tragedia, è del mio grande maestro Giorgio Nebbia, che mi spinse a ricostruire la vicenda, e da lì è partito tutto», ricorda Ruzzenenti.
Il caso esplode pubblicamente nell’agosto del 2001, quando emerge che l’inquinamento non è confinato dentro lo stabilimento di via Nullo. I veleni dispersi dalla fabbrica raggiungono un’ampia parte della città, soprattutto verso sud. È lì che il danno industriale diventa danno urbano e sociale. Come ricostruito nel documentario Io non faccio finta di niente, i contaminanti arrivano a chilometri di distanza dalla fabbrica, nei campi e nei quartieri, attraverso l’acqua delle rogge, già dagli anni sessanta, penetrando nella catena alimentare.
Dalla mobilitazione dei genitori alla prima bonifica della scuola Deledda
Ma a trasformare quel problema in conflitto civico non è stata solo la ricerca storica. È stata la mobilitazione delle persone. «Per anni i nostri figli hanno giocato su una lastra di cemento, perché il giardino era contaminato da diossine e PCB. Come genitori abbiamo deciso che non potevamo fare finta di niente», ricorda Stefania Baiguera, allora presidente del consiglio di quartiere, oggi portavoce del coordinamento cittadino Basta Veleni. Ci sono proteste, lettere, presìdi, momenti di conflitto aperto, come l’occupazione della scuola Deledda il 30 aprile del 2013.
La svolta arriva nel 2017, con la bonifica del giardino e l’inaugurazione con il sindaco Del Bono. È il primo intervento concreto su un’area pubblica contaminata e segna un passaggio decisivo: da quel momento la richiesta di bonifiche non è più solo una rivendicazione, ma diventa una possibilità reale. «Ma se non ci fosse stata la bonifica del giardino scolastico», sottolinea Baiguera, sorridendo sul prato del parco di via Livorno, «oggi noi non saremmo qui».

Le bonifiche pubbliche: un risultato raro in Italia
È da quel primo tassello che si apre una sequenza di interventi che porterà, negli anni successivi, alla identificazione dei luoghi inquinati, dai parchi pubblici alla pista di atletica accanto alla Caffaro, quella dove si allenava la campionessa mondiale Sara Simeoni, e la loro messa in sicurezza. «Il fatto che il Comune di Brescia abbia portato avanti tutta questa procedura, anche con l’abbattimento della fabbrica, è stato possibile grazie all’impegno dei comitati e dei cittadini. Noi abbiamo tenuto alta l’attenzione per anni, non solo sul problema in generale, ma anche sui continui sversamenti che la Caffaro ha continuato a fare nel tempo» conclude Baiguera.
Oggi, a distanza di oltre un decennio da quelle proteste, l’amministrazione comunale rivendica un risultato che in Italia resta raro. Con l’inaugurazione del Parco della Resistenza e di Iqbal, conosciuto anche come parco di via Livorno, si chiude un ciclo di interventi che ha restituito circa 40mila metri quadrati di verde al quartiere, con un investimento di circa 6 milioni di euro di fondi PNRR.

Il nodo sanitario ancora aperto
Ma come ricorda la prima cittadina, l’altro nodo aperto è quello sanitario. «Una delle richieste che l’amministrazione comunale e i cittadini hanno fatto all’Ats (Azienda Sanitaria Territoriale ndr) è quella di poter riprendere, dopo dieci anni, il monitoraggio della salute dei cittadini», dice la sindaca Castelletti. «Questo percorso si è avviato». A dare sostanza a questa richiesta sono i dati del VI Rapporto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità. Nel SIN Brescia-Caffaro il quadro è tutt’altro che lineare: la mortalità totale non risulta in eccesso, ma emergono segnali specifici su alcune patologie, tra cui malattie respiratorie, tumore del fegato e tumore della vescica.
Il dato più chiaro riguarda però i ricoveri. SENTIERI registra eccessi di ospedalizzazione in entrambi i generi per diverse cause, in particolare per malattie respiratorie e alcuni tumori. E tra i giovani adulti emerge un segnale ancora più netto: un eccesso di ricoveri associato anche alle leucemie.
Nel frattempo, i livelli di PCB, le sostanze cancerogene all’origine del SIN, prodotte dalla Caffaro, sono diminuiti nel sangue dei residenti, soprattutto grazie al controllo della catena alimentare. Ma questo non cancella gli effetti dell’esposizione nel tempo: gli studi epidemiologici continuano a indicare associazioni con diverse patologie croniche. Per questo, conclude l’Istituto Superiore di Sanità, resta prioritaria una sorveglianza epidemiologica continua, insieme al completamento delle bonifiche.

Orti e giardini privati: la bonifica che manca
A fronte delle raccomandazioni dell’ISS resta fondamentale, quindi, completare quanto prima le bonifiche. «La grossissima sfida che stiamo affrontando ora è quella degli orti, dei giardini privati», ammette l’assessore Bianchi. «Ancora 11mila cittadini non possono utilizzare liberamente il proprio fazzoletto di casa, orto o giardino». Il Comune parla di oltre 300 siti privati da affrontare e ha avviato un percorso con Istituto superiore di sanità, Ministero, Arpa e Ats per definire priorità, iter amministrativi e risorse. Ma il problema resta enorme.
È qui che la voce di Marino Ruzzenenti si fa più netta. La giornata dell’inaugurazione, per lui, chiude un capitolo importante, ma non autorizza alcuna autoassoluzione. «Il dato più scandaloso riguarda i cittadini inquinati che, dopo venticinque anni, non hanno ancora avuto una risposta», dice. «Le vere vittime di questo disastro sono gli abitanti di queste zone. Il parco pubblico è importante, ma è altrettanto importante avere il proprio orto, il proprio giardino risanato».

Diossine, PCB e ricerca epidemiologica incompleta
Per Ruzzenenti, inoltre, la questione sanitaria è stata affrontata in modo incompleto. «Ci si è concentrati esclusivamente sui PCB, ma i PCB in realtà sono quelli meno presenti in questo territorio e l’inquinante più presente, più grave per la salute della popolazione, sono le diossine». E su questo, denuncia, «non è ancora stata fatta una ricerca epidemiologica mirata», in particolare sul sarcoma dei tessuti molli, che indica come tumore marcatore della diossina. Il suo ragionamento è netto: non basta mostrare i parchi bonificati, se resta irrisolta la domanda su quanto questa esposizione abbia inciso sulla salute di chi ha vissuto per anni a contatto con quei contaminanti.
Al centro di tutto resta comunque il sito industriale Caffaro. Se i parchi bonificati sono il volto più visibile della riconquista dello spazio pubblico, l’area di via Nullo è ancora il cuore del problema. «Dal 13 febbraio sono iniziate le demolizioni», spiega l’assessore all’ambiente Bianchi. «Il lavoro procede con incontri settimanali fra rete delle imprese, strutture tecniche e livelli istituzionali. Il monitoraggio di aria e falda è imprescindibile. E con l’Osservatorio Caffaro il Comune pubblica bollettini settimanali e ha aperto punti informativi nelle biblioteche, anche con materiali tradotti in otto lingue».
Gestione commissariale e tempi delle bonifiche
Nel giugno 2025 è stato riconfermato, dopo una serie di lungaggini burocratiche al MASE, il nuovo commissario straordinario per il sito Caffaro, con il compito di sbloccare l’iter delle bonifiche. La gestione commissariale si inserisce in una fase delicata, in cui alla riapertura dei cantieri si affianca la necessità di garantire continuità operativa e controllo su interventi che restano tra i più complessi a livello nazionale ed europeo.
La bonifica del sito industriale è, sostiene Ruzzenenti, «un’impresa gigantesca», «un’operazione che fa tremare le vene ai polsi». Il motivo è semplice: si interviene in mezzo a case, scuole, quartieri abitati, movimentando terreno altamente contaminato. E soprattutto si affronta il nodo più delicato di tutti: la falda acquifera. «Se non si continua a emungere e se non si risana soprattutto il sito, c’è sempre il pericolo dell’inquinamento disastroso della falda di Brescia». Per questo la bonifica del sito industriale non è una questione simbolica, ma la condizione per ridurre un rischio strutturale per l’intera città.
Chi paga: il contenzioso civile e la responsabilità ambientale
Dentro questo quadro si inserisce il contenzioso civile sul caso Caffaro, arrivato fino ai più alti livelli della giustizia italiana ed europea e centrato su una domanda chiave: chi paga le bonifiche quando l’azienda responsabile è stata svuotata o non esiste più?
Mentre cittadini e comitati hanno avuto un ruolo decisivo nel far emergere il caso, l’’azione viene promossa dallo Stato, attraverso l’Avvocatura dello Stato in rappresentanza del Ministero dell’Ambiente, All’origine c’è la scissione del gruppo SNIA tra il 2003 e il 200: da una parte SNIA-Caffaro, con i debiti ambientali; dall’altra SORIN, con le attività redditizie poi confluite in LivaNova. Una operazione che lo storico Marino Ruzzenenti definisce una «furbata, tipicamente italiana».
La svolta arriva con la Corte d’Appello di Milano (tra il 2019 e il 2021), che condanna LivaNova a oltre 453 milioni di euro. Nel 2024 la Corte di Giustizia UE estende la responsabilità anche alle passività non ancora determinate, principio confermato dalla Cassazione nel 2025. Un punto fermo: i costi del risanamento non possono essere scaricati sulla collettività.

Il fronte penale: prime condanne e responsabilità accertate
Accanto al civile, c’è poi il penale. A febbraio 2021 il sito Caffaro era stato posto sotto sequestro dalla magistratura bresciana per lo sversamento incontrollato, a stabilimento fermo, di mercurio, portando all’apertura di un procedimento giudiziario. Il 16 dicembre 2025 il tribunale di Brescia ha pronunciato una sentenza di primo grado che segna un passaggio importante: quattro condanne per i reati legati all’inquinamento da cromo esavalente e PCB nello stabilimento di via Nullo, con pene comprese tra un anno e due mesi e due anni. Il collegio dei giudici ha fatto propria la ricostruzione della Procura, riconoscendo responsabilità per disastro ambientale, inquinamento ambientale, gestione incontrollata di rifiuti e falso in bilancio.
Alla società è stata attribuita anche la responsabilità amministrativa, con sanzione pecuniaria e confisca del profitto del reato, quantificato in circa 4,6 milioni di euro. Un altro elemento centrale riguarda il cosiddetto ravvedimento operoso: durante le indagini sono stati stanziati oltre 5 milioni di euro per la messa in sicurezza, soprattutto per il potenziamento della barriera idraulica.
Anche questo procedimento non è concluso, perché è ancora in primo grado, ma fissa un altro punto: il disastro ambientale di Brescia non è solo una vicenda storica o amministrativa, ma anche un fatto penalmente rilevante.
