Fonderie Pisano, 60 anni di inquinamento nella Valle dell’Irno: tra malattie, sentenze e attese

Un impianto siderurgico specializzato nella fusione di materiali ferrosi attivo a Salerno dagli anni Sessanta

Fonderie Pisano, quartiere Fratte (Salerno)

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Fratte, quartiere a Nord di Salerno. Qui dal 1960 inizia l’attività delle Fonderie Pisano: un impianto siderurgico specializzato nella fusione di materiali ferrosi con una capacità produttiva massima di 300 tonnellate al giorno. Situato in prossimità dello snodo autostradale è tra i territori che ricadono nella Valle dell’Irno, il fiume che nasce nel vicinissimo Comune di Baronissi e che sfocia nel Tirreno dopo aver attraversato la città di Salerno. Classificata come zona industriale nel 1963, il 16 novembre 2006 è stata ridefinita a destinazione residenziale. Il nuovo piano urbanistico (Puc) previde la delocalizzazione dell’impianto poiché, rivolto “direttamente sulla strada”, fu ritenuto “assolutamente incompatibile” anche con il contesto urbanizzato già presente.

«La mia famiglia comprò casa qui convinta di vivere in un luogo incontaminato perché immerso nel verde. Non era così», racconta a Cittadini Reattivi Massimo Calce, uno dei cittadini residenti nei pressi della fonderia e figlio del cofondatore del Comitato Salute e Vita Franco Calce. 

Nonostante le avvisaglie del forte inquinamento, se lo sviluppo urbano si concretizzò, la delocalizzazione dell’impianto invece non è mai avvenuta.

Vista sul Quartiere Fratte (Salerno). Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi
Vista sul Quartiere Fratte (Salerno). Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi

I primi accertamenti sull’inquinamento dell’area

«Nel 2003, mentre ero consigliere comunale, alcuni cittadini si rivolsero a me, tra cui Franco Calce, una delle vittime di questo inquinamento. Mi raccontò che già negli anni Novanta aveva presentato denuncia. Tutti vivevano accanto alle Fonderie, avvertivano una puzza nauseabonda e sui balconi e sulle abitazioni vedevano accumularsi delle polveri nere», spiega a Cittadini Reattivi Lorenzo Forte, cofondatore e presidente del Comitato Salute e Vita di Salerno.

«Mi resi conto – spiega Forte – che c’era un alto tasso di malattie. A partire da tumori e leucemie, fino ad arrivare a severe allergie. Le persone, anche se non si conoscevano, mi raccontavano tutte la stessa cosa. Ecco perché nel 2004 presentai un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, denunciando l’inquinamento atmosferico nelle zone limitrofe alla fonderia». 

Tra il 2004 e il 2007, i Carabinieri del NOE rilevarono numerose irregolarità alle Fonderie Pisano, tra cui il deposito all’aperto di scorie e polveri da fusione con conseguente emissione di sostanza illegali e sversamenti nel fiume Irno (con superamento dei limiti di piombo, rame e zinco). Queste violazioni portarono ad alcuni sequestri preventivi dell’impianto. 

Vivere accanto alle Fonderie: lo Studio Spes accerta la contaminazione

«Tutti i giorni entrava la puzza proveniente dai fumi delle fonderie», continua Massimo Calce. Anche lui ha combattuto con la malattia, proprio come oggi sta facendo sua madre. «Mentre stavo male – prosegue Calce – iniziai a compilare un foglio excel in cui appuntai che di 30 residenti, nel mio condominio, 12 hanno avuto neoplasie. Solo nella mia famiglia, tutti e 4 ci siamo ammalati». 

Vista del camino delle Fonderie Pisano dalle abitazioni. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi
Vista del camino delle Fonderie Pisano dalle abitazioni. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi

Ad accertare le conseguenze sanitarie nell’area attorno alle Fonderie è stato lo Studio Spes. Parliamo dello Studio di Esposizione nella Popolazione Suscettibile svolto in Campania da autorità sanitarie locali e nazionali tra cui l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori “G. Pascale”. 

In rappresentanza dei cittadini, anche il Comitato Salute e Vita ha collaborato con le autorità sanitarie nel biomonitoraggio della popolazione, formalizzando il proprio impegno con la firma di un protocollo d’intesa il 28 gennaio 2017. In qualità di “Cittadinanza attiva”, il Comitato supportò gli operatori, coinvolgendo i cittadini nel reclutamento dei partecipanti. 

Come si legge nella relazione preliminare del 27 marzo 2018, tra le varie aree della Campania, oltre a quelle note della cosiddetta Terra dei Fuochi vennero individuati altri territori da monitorare tra cui la Valle dell’Irno. Nello specifico, quest’area e la Valle del Sabato furono inserite perché “la presenza di impianti industriali contribuivano in modo significativo alla diffusione di metalli pesanti e idrocarburi aromatici policiclici (IPA)” inquinanti persistenti, prodotti dalla combustione incompleta di materiali organici (traffico, industrie, riscaldamento, fumo) e pericolosi per la salute perché possono causare mutazioni e tumori. Un esempio di IPA è il benzo(a)pirene). 

Nei due cluster “Valle dell’Irno 1” e Valle dell’Irno 2”, corrispondenti ai Comuni di Salerno, Pellezzano e Baronissi “entro un raggio di tre chilometri dall’impianto (le Fonderie ndrparteciparono circa 400 residenti su 9.000, compresi in una fascia di età tra i 20 e i 49 anni”. 

Consegnato integralmente nel 2021, il biomonitoraggio ha messo nero su bianco come in questi due cluster, i livelli di mercurio nelle persone analizzate erano 5 volte superiori rispetto a quelli di tutta la popolazione campana valutata. Nei due cluster furono riscontrati anche livelli più elevati di altri metalli pesanti tra cui cadmio, arsenico, cromo, litio, antimonio e zinco. Ma anche diossine e PCB. Queste esposizioni – spiega la relazione – sono associate a un aumento del rischio di tumori (tra cui il melanoma, quello al seno, al polmone e al colon-retto), a disturbi ormonali, a problemi di fertilità e a possibili danni allo sviluppo dei bambini. Inoltre, l’esposizione nel tempo può favorire l’insorgenza di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. 

Studio Spes: i dati completi resi noti solo grazie al Tar

«Nonostante fosse concluso, lo studio integrale ci fu consegnato solo dopo il ricorso al Tar», spiega l’avvocato amministrativista Franco Massimo Lanocita che ha seguito il Comitato Salute e Vita nel ricorso. «Siamo riusciti quindi – continua l’avvocato – a far ordinare alla Regione di consegnarci il testo integrale che confermò l’accumulo dei metalli pesanti, diossina e PCB nella popolazione». 

«Tutte sostanze – prosegue Lanocita – che derivano dal carbon coke (derivato dalla combustione del carbone fossile, utilizzato soprattutto negli impianti siderurgici, ndr)». Proprio su questo punto l’avvocato ci racconta essersi soffermato sin da subito per mettere in discussione la presenza delle Fonderie in un quartiere ormai residenziale. 

«Parliamo di un impianto degli anni Sessanta che non aveva subito trasformazioni strutturali. Tanto che – dice il legale – la Regione Campania impose un revamping complessivo. Quindi una rivisitazione di tutta la struttura industriale attraverso l’applicazione delle BAT (Migliori tecniche disponibili) che l’UE ha emanato. Ma anche la messa al bando del carbon coke e l’utilizzo dell’energia elettrica. Di fatto per quanto riguarda il camino del carbon coke e degli altiforni, il revamping non è avvenuto». 

«Quando lavorano con il forno a carbone l’aria in casa diventa irrespirabile e ogni pochi anni bisogna riverniciare le facciate», dice a Cittadini Reattivi Carmela Leone, una cittadina che risiede nell’area attorno le fonderie. 

«Ho perso mio padre a causa di un tumore alla vescica e mio fratello è affetto da una malattia neurodegenerativa. Addirittura, il medico che lo segue a Siena ci ha chiesto se vive vicino ad una fonderia», prosegue. In più, racconta che suo figlio è uno dei cittadini che ha partecipato allo Studio Spes e che «adesso che è andato a vivere fuori città, i valori nel sangue delle sostanze che gli erano stati riscontrate si sono abbassati».  

Le richieste di intervento all’ASL

«In queste aree ci sarebbero tutti i presupposti per degli studi ambientali e sanitari che forniscano dati epidemiologici puntuali e mirati. Ma questo non avviene purtroppo», spiega a Cittadini Reattivi il medico otorinolaringoiatra e Vice-presidente di Medicina Democratica Paolo Fierro.

Insieme al Comitato Salute e Vita, Fierro, dopo la prima del 2022, ad ottobre 2025 ha inviato alla Asl di Salerno una nuova diffida, segnalando che dalle “ultime ispezioni effettuate dall’Arpac è emerso che l’attività delle Fonderie Pisano viene svolta in contrasto con le condizioni imposte dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) del 2020”. Infatti, si legge che “la produzione avviene con l’utilizzo del forno alimentato a carbon coke messo al bando dall’UE e motivo di verifica dell’AIA da parte della Regione Campania”. Per questo, viene chiesto alla ASL “quali iniziative intenda intraprendere sul territorio al fine di verificare ed eliminare i danni prodotti dall’industria e che posizione intenda assumere nella prossima Conferenza dei Servizi per il riesame dell’AIA”. 

Nello specifico, la diffida chiede anche che i Comuni analizzino l’andamento della mortalità per quartiere, età e sesso tramite il Rapporto Standardizzato di Mortalità, mentre l’ASL dovrebbe garantire trasparenza sulle cause di morte e migliorare il Registro Tumori, con dati dettagliati per microaree. È inoltre necessario -si legge – affiancare agli screening tradizionali il biomonitoraggio non solo retroattivo ma preventivo, replicando lo Studio Spes. Tutto ciò deve essere integrato con indagini ambientali ARPAC e mappe di rischio aggiornate.

Le analisi indipendenti di cittadine e cittadini 

Il Vice-presidente di Medicina Democratica Fierro spiega anche un ulteriore studio realizzato in maniera indipendente nel 2022 da diversi cittadini che risiedono nel raggio attorno alle Fonderie. «Anche nel loro siero – dice Fierro – sono state trovate queste sostanze. Ciò significa che queste persone, pur non avendo nessun sintomo al momento del prelievo, sono le possibili candidate a sviluppare delle patologie». 

Analisi tricologica indipendente 2022 dei residenti vicino le Fonderie Pisano. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi
Analisi tricologica indipendente 2022 dei residenti vicino le Fonderie Pisano. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi

«Anche io partecipai allo studio indipendente e ho scoperto di avere valori altissimi di mercurio e cadmio». Racconta a Cittadini Reattivi Anna Risi, insegnante in pensione che purtroppo ha subito la perdita di sua figlia e di suo marito. 

«Vivo a Coperchia, sull’altra sponda del fiume Irno e le Fonderie sono proprio di fronte», spiega Anna Risi. «Improvvisamente mia figlia si ammalò di leucemia mieloide acuta a 19 anni. A Roma, l’equipe medica che l’ha seguita mi chiese se ci fossero impianti siderurgici nei pressi di casa». Dopo 10 anni un altro «fulmine a ciel sereno: mio marito si è ammalato di gliobastoma multiforme al cervello. Ho capito dopo che non potevo definirli eventi improvvisi». 

Il monito ai giovani di Anna Risi 

Ex insegnante di scienze e matematica alle elementari, Anna Risi racconta di aver sempre provato a spiegare ai suoi studenti l’importante rapporto tra ambiente e vita. «Ancor di più dopo le tragedie che ho subito, ho provato in tutti i modi a trasmettere loro l’importanza di diventare cittadini consapevoli». 

Negli ultimi anni ha voluto raccogliere in degli scritti l’impatto che le sue lezioni hanno avuto per i suoi studenti – oggi giovani donne e uomini – chiedendo loro se i suoi insegnamenti si fossero trasformati in comportamenti quotidiani, scelte consapevoli e senso di responsabilità verso l’ambiente. 

«Dalle risposte – dice Risi – emerge che quelle lezioni non sono andate perdute». Infatti, le hanno parlato di come gesti come la raccolta differenziata, il risparmio di acqua ed energia, l’uso consapevole dei mezzi di trasporto e la riduzione della plastica siano diventati scelte

Lo studio epidemiologico di Biggeri e Forastiere che accerta il “nesso di causalità”

Già noti per i loro studi sul nesso causale tra l’Ilva e l’aumento di mortalità a Taranto e nel quartiere Tamburi, il professore ordinario di Statistica medica presso l’Università di Firenze Annibale Biggeri e l’epidemiologo e ricercatore associato presso l’Irib-CNR Francesco Forastiere, nel 2019 sono stati nominati periti dal Tribunale di Salerno. Il lavoro evidenzia con chiarezza l’esistenza di un legame diretto tra l’attività delle Fonderie Pisano e le patologie registrate nella Valle dell’Irno.

Analizzando molti dati, la relazione esclude invece che tali malattie possano essere attribuite all’inquinamento proveniente dalle cave o dall’autostrada, poiché le sostanze emesse in quei contesti non risultano associate a questo tipo di disturbi. 

E sul quesito posto dal Tribunale circa la possibilità che fosse il fumo di sigaretta ad aver provocato le patologie, i periti rispondono che “l’esposizione alle sostanze tossiche può causare patologia indipendente dall’esposizione a fumo di sigaretta”. Piuttosto, spiegano come aggiungere il fumo di sigaretta aumenti i rischi. 

La sentenza CEDU: la Corte condanna l’Italia per l’inquinamento delle Fonderie

Dopo le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’Ilva di Taranto e sulla Terra dei Fuochi, Il 6 maggio 2025 la (CEDU) ha nuovamente condannato l’Italia per non aver protetto i cittadini di Salerno, Pellezzano e Baronissi dagli effetti dell’inquinamento prodotto dalle Fonderie Pisano. La sentenza riconosce la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Lo Stato italiano dovrà versare 8.700 euro a 151 abitanti di Baronissi, Pellezzano e Salerno. 

Murales adiacente alle Fonderie Pisano. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi
Murales adiacente alle Fonderie Pisano. Foto di Gianni Oliva per Cittadini Reattivi

Secondo la Corte, “Nonostante gli effetti tangibili di misure adottate dopo il 2016, volte a ridurre al minimo gli effetti nocivi dell’attività della fonderia, le autorità, nell’autorizzare la prosecuzione dell’attività, non hanno considerato i precedenti effetti nocivi significativi sulla popolazione locale derivanti dall’esposizione prolungata all’inquinamento”.

«Sicuramente questa sentenza ha svelato la situazione», commenta a Cittadini Reattivi Lanocita. Secondo l’avvocato amministrativista, la condanna «ha individuato con precisione le responsabilità, oltre che una situazione di insofferenza dei cittadini, collegando le attività della Fonderia con l’inquinamento dell’area». 

«Gli Enti Locali avrebbero dovuto adeguarsi subito. Parlo del Comune di Salerno e della Asl perché, prendendo spunto dalla sentenza, avrebbero dovuto mettere in atto delle iniziative volte alla chiusura dell’impianto. Lo stesso Ministero dell’Ambiente, rispondendo ad un interpello, ha dichiarato che la competenza ad intervenire su questa vicenda è anche del Comune, potendo determinare sia la riduzione delle attività produttive che la chiusura», conclude Lanocita. 

L’iter giudiziario penale

È la stessa sentenza CEDU a ripercorrere tutti gli iter giudiziari di questa vicenda e lo fa partendo dalla prima denuncia di Lorenzo Forte nel 2004. Questo portò al sequestro preventivo dell’impianto e nel 2007, a seguito di patteggiamento, fu inflitta una multa di 6.375 euro.

Nel 2011, dopo una nuova richiesta del Pubblico Ministero, il Tribunale di Salerno dispose un nuovo sequestro preventivo per “emissioni di particolato a base di piombo e cadmio, composti organici e sostanze maleodoranti non autorizzate”; nel 2015, a seguito di un nuovo patteggiamento, fu inflitta una multa di 800 euro.

Il 5 luglio 2016 il GIP del Tribunale di Salerno ordinò un ulteriore sequestro preventivo, che però fu revocato il 15 maggio 2018 dal Tribunale del riesame a seguito del ricorso dei dirigenti della fonderia. Il 14 giugno 2018 il pubblico ministero accusò i dirigenti di gestire la fonderia dal 1999 senza autorizzazioni ambientali, di violare le norme ambientali tramite lo scarico di acque reflue nel fiume Irno e le emissioni atmosferiche oltre i limiti legali, nonché di gestione illecita dei rifiuti speciali, contestando anche falsità e abuso d’ufficio ai funzionari ARPAC per l’autorizzazione dell’impianto tramite l’AIA del 2012.

Con la sentenza n. 391 del 6 novembre 2020, il Tribunale di Salerno assolse gli imputati da tutte le accuse, tranne quelle relative al deposito incontrollato di rifiuti speciali. Il Tribunale ritenne valide le autorizzazioni ambientali della fonderia e stabilì che le modifiche urbanistiche e i vincoli ambientali introdotti dopo la creazione dell’impianto non ne impedivano l’attività. Non erano quindi necessarie VIA (Valutazione d’impatto ambientale) o VI (Valore di Immissione degli inquinanti) per l’AIA, applicabili solo a nuovi impianti o modifiche sostanziali. Sulla base di queste considerazioni, furono assolti anche i funzionari dell’ARPAC dai reati di falso e abuso d’ufficio legati all’AIA del 2012.

Per le accuse relative alle violazioni ambientali dal 2013 al 2020, il Tribunale chiarì che dovevano essere valutate solo rispetto alle condizioni dell’AIA del 2012 o come violazioni già di per sé illegali. In particolare, lo scarico di acque reflue nel fiume Irno era coperto dalle autorizzazioni dell’impianto. Per le emissioni di sostanze inquinanti in acqua e aria, il Tribunale evidenziò che l’accusa non aveva provato l’illegalità “oltre ogni ragionevole dubbio”, soprattutto perché le relazioni dell’ARPAC presentavano carenze metodologiche e dati incompleti, ad esempio sugli idrocarburi e sul particolato atmosferico. Anche le emissioni maleodoranti non erano soggette a limiti legali precisi, e le denunce dei residenti non erano sufficientemente documentate. Per questi motivi, i dirigenti furono assolti da tutte le accuse, eccetto quella relativa al deposito incontrollato di rifiuti speciali, per la quale furono condannati.

Con la sentenza definitiva dell’11 ottobre 2022, la Corte d’appello di Salerno confermò l’assoluzione per lo sversamento di acque reflue e le emissioni in atmosfera, dichiarò prescritti i reati legati a sostanze inquinanti e ritenne inattendibili le indagini dell’ARPAC. L’accusa di gestione non autorizzata di rifiuti fu archiviata per prescrizione.

Il 15 ottobre 2016 fu avviato un nuovo procedimento penale contro i dirigenti dell’impianto. Nel 2017, alcuni residenti denunciarono gli imputati per omicidio colposo e lesioni personali colpose, chiedendo di accertare un nesso tra le patologie dei denuncianti e l’inquinamento della fonderia. Anche Salute e Vita si costituì, presentando un elenco di 215 persone che avevano contratto patologie “che esse sostenevano fossero connesse all’esposizione dell’amianto”.

Nel luglio 2018 il pubblico ministero chiese l’archiviazione, basandosi su una perizia che esaminava 41 persone e concludeva che le malattie non erano attribuibili con certezza all’impianto, poiché molti erano fumatori. Il 13 giugno 2019, il GIP rigettò la richiesta di archiviazione, ritenendo necessarie ulteriori indagini sull’inquinamento da particolato e fumi.

Il 19 settembre 2019 il Pubblico Ministero richiese un incidente probatorio, accolto dal GIP il 29 ottobre 2019. Il 13 novembre 2019 furono nominati due periti il Professor Giuseppe Vacchiano, medico legale presso l’Università del Sannio in Benevento e il professor Giovanni Codacci-Pisanelli, oncologo presso l’Università La Sapienza di Roma ndr) per valutare se le patologie di 50 persone, tra cui alcuni ricorrenti e i loro congiunti, potessero essere collegate all’inquinamento dell’impianto. I periti dovevano determinare l’inizio e la pericolosità dei depositi di polveri, verificare eventuali effetti sulla salute anche considerando il fumo, definire l’estensione e la durata dell’inquinamento e condurre uno studio epidemiologico per accertare un eventuale nesso causale tra emissioni e malattie.

In una perizia medico-legale del 17 dicembre 2021, i periti nominati dal GIP conclusero che era molto difficile attribuire le neoplasie a una causa unica. Il nesso tra patologie e inquinamento poteva essere valutato solo come possibilità o compatibilità: in 6 casi fu escluso, in 5 casi vi era una possibilità bassa, in 35 casi una concreta compatibilità e in 4 casi (relativi all’amianto) una ragionevole certezza. Durante l’udienza dell’8 marzo 2022, i periti confermarono che non era possibile stabilire con certezza assoluta un nesso causale, soprattutto nei casi legati all’amianto, per mancanza di informazioni sull’esposizione.

«Tra le 4 cartelle cliniche che hanno determinato una ragionevole certezza c’è anche quella di mia madre», racconta a Cittadini Reattivi Antonio Di Giacomo. Imprenditore, Di Giacomo per 31 anni si è dedicato allo sviluppo e produzione di «particolari componenti biologici e microbici per la degradazione delle sostanze tossiche». «Dopo la malattia subita da mia madre, mi sono dedicato ad un altro campo: la depurazione dell’aria indoor. Nel 2015 mi sono anche affiancato al Dipartimento di Biologia e Chimica dell’Università degli Studi di Salerno, brevettando un macchinario», conclude Di Giacomo. 

Tornando ai processi, la successiva perizia di Biggeri e Forastiere, accertò il nesso causale tra l’inquinamento delle fonderie e le patologie dei cittadini. Tuttavia l’8 gennaio 2024, il Pubblico Ministero di Salerno ritenne che l’esistenza di un nesso causale tra le patologie e l’inquinamento ambientale non fosse stata accertata “in termini di certezza e oltre ogni ragionevole dubbio”. Per questo motivo ci fù una seconda richiesta di archiviazione alla quale, il 30 gennaio 2024, si oppose il Comitato Salute e Vita. 

L’evoluzione delle autorizzazioni ambientali

Oltre a ripercorrere gli iter giudiziari, la sentenza Cedu analizza anche tutti i procedimenti relativi all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) delle Fonderie. Tra il 1998 e il 1999 alla società furono rilasciate autorizzazioni provvisorie per le emissioni in atmosfera e per lo scarico di acque nel fiume Irno, mentre la procedura per un’autorizzazione definitiva alle emissioni fu sospesa e mai completata. Nel 2008 fu rilasciata un’autorizzazione per lo scarico delle acque reflue. La validità di queste autorizzazioni è stata contestata nei diversi procedimenti penali.

Il 26 luglio 2012 la Regione Campania rilasciò all’impianto l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), comprendente il monitoraggio periodico, le migliori tecniche disponibili (BAT) e le emissioni consentite in aria e acqua. La validità dell’AIA fu contestata in sede penale.

Le ispezioni straordinarie dell’ARPAC tra il 2015 e il 2016 rilevarono gravi violazioni: assenza delle BAT, cattiva manutenzione dei sistemi di trattamento, emissioni e scarichi illeciti nel fiume Irno, con metalli pesanti e idrocarburi oltre i limiti, e livelli elevati di monossido di carbonio in atmosfera.

Di conseguenza, la Regione sospese le attività dell’impianto più volte tra febbraio e giugno 2016, riprendendo solo dopo l’adozione di misure e monitoraggi per ridurre l’impatto ambientale e sanitario.

Nel 2016 la Regione Campania decise di riesaminare l’AIA del 2012, richiedendo sostanziali modifiche all’impianto a causa della sua vicinanza alla zona residenziale. La società impugnò la decisione e presentò vari progetti di ammodernamento tra il 2016 e il 2019. Dopo diverse ispezioni ARPAC che evidenziarono rischi ambientali e violazioni delle BAT, la Regione sospese più volte le attività, autorizzandole temporaneamente solo dopo l’adozione di misure transitorie.

Il TAR nel dicembre 2019 confermò la legittimità del riesame ma annullò il parere negativo sul secondo progetto, ritenendo illegittimo imporre automaticamente una VIA integrata da una VI senza valutare l’effettivo impatto delle modifiche proposte. Il TAR sottolineò la necessità di bilanciare la tutela ambientale con la prosecuzione dell’attività e la tutela delle aspettative della società, escludendo la delocalizzazione dell’impianto esistente perché questa opzione si considera solo per i nuovi impianti. 

Per il terzo progetto, il TAR ritenne legittima la richiesta di una VI, viste le potenziali ripercussioni ambientali dell’impianto sull’area protetta circostante il fiume Irno, e annullò solo le decisioni della Regione che non specificavano chiaramente le misure da adottare per riprendere l’attività.

Dopo la sentenza del TAR del 2019, la Regione Campania ha espresso parere favorevole alla VI, subordinandolo a modifiche tecniche e all’inclusione delle emissioni odorose nel piano di monitoraggio. Recepiti gli adeguamenti richiesti, con il decreto n. 85 del 20 aprile 2020 la Regione ha approvato il progetto e autorizzato l’impianto a operare per 12 anni, definendo interventi di ammodernamento, Piano di Monitoraggio e Controllo, BAT applicabili, limiti emissivi e un periodo transitorio fino a fine lavori con controlli su acque e suolo.

Dopo altri ricorsi rigettati dal TAR, Il Consiglio di Stato, con sentenza del 27 ottobre 2022, confermò il rigetto: lo studio SPES non dimostrava che l’impianto fosse responsabile dei livelli di contaminazione nella Valle dell’Irno, la VIA non era necessaria per interventi di minore entità come l’ammodernamento, e non c’erano prove di superamenti palesi dei limiti di emissione. Il Consiglio sottolineò che i dirigenti erano stati sempre assolti dai reati ambientali, pur osservando che si poteva valutare la delocalizzazione della fonderia, ora situata in una zona residenziale.

Dopo il decreto n. 85/2020, il Governo sostenne che tra il 2018 e il 2021 l’impianto operava a capacità ridotta rispettando i limiti di emissione, mentre i ricorrenti contestarono questa affermazione. Le ispezioni dell’ARPAC del luglio 2020 rilevarono che l’impianto rispettava le misure transitorie, ma alcune verifiche, come quelle sul mercurio, erano inaffidabili. Nel maggio 2021 i limiti furono ritenuti rispettati, tranne per il rumore.

Nel luglio 2022 furono rilevate emissioni fugaci maleodoranti e fumo non monitorati, dimostrando che le BAT non erano pienamente rispettate, e tra novembre 2021 e aprile 2022 mancava il monitoraggio del cobalto. La Regione Campania, il 20 luglio 2022, intimò alla società di sanare le carenze entro trenta giorni. Nonostante ciò, residenti e Salute e Vita continuarono a segnalare emissioni che provocavano bruciore a occhi e gola.

Elisa Rossi

Giornalista freelance, si occupa di tematiche ambientali e disuguaglianze. Collabora dal 2022 con Cittadini Reattivi, applicando un approccio civico, scientifico e investigativo. Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo e in Comunicazione pubblica e d’impresa presso l’Università La Sapienza, è anche content writer e social media manager

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