La Regione Campania ha disposto la cessazione delle attività della Fonderie Pisano & C. S.p.A. di Salerno. Con decreto del 25 marzo 2026, l’amministrazione ha sancito “il rigetto del progetto di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale” e la conseguente “decadenza dell’Autorizzazione Integrata Ambientale”, determinando di fatto lo stop immediato dell’impianto.
Il provvedimento rappresenta un passaggio decisivo in una vicenda che si protrae da anni e che ha visto crescere il conflitto tra l’attività industriale e tutela della salute dei cittadini residenti nell’area di Fratte, un contesto ormai densamente urbanizzato.
“Oggi si fa la storia. Con l’ufficialità del decreto di chiusura, termina ufficialmente uno dei capitoli più tragici del nostro territorio”, commenta in un comunicato l’Associazione Salute e Vita.
“Adesso – precisa l’Associazione – si lavori subito alla bonifica e al ricollocamento degli operai, perché solo la proprietà Pisano deve pagare per il crimine commesso”.
Mancato adeguamento alle BAT
Come si legge sul documento firmato dalla Regione Campania, alla base della decisione vi è il mancato adeguamento dell’impianto alle nuove norme europee sulle emissioni industriali, le cosiddette BAT (Best Available Techniques). Nel corso della Conferenza di servizi conclusasi nel febbraio 2026, è emerso che la società non ha dimostrato “la conformità attuale dell’installazione alle BAT Conclusion” né il rispetto dei livelli emissivi richiesti.
Le criticità rilevate sono numerose e riguardano aspetti centrali del ciclo produttivo. Il decreto evidenzia, tra l’altro, il “mancato rispetto del livello minimo delle BAT-AEL per le emissioni in atmosfera” e la mancata applicazione di tecnologie fondamentali per il contenimento di sostanze altamente nocive. In particolare, viene sottolineata l’assenza di sistemi adeguati per la riduzione di diossine e furani, inquinanti che il provvedimento definisce “caratterizzati da alta tossicità e persistenza ambientale” e che “si accumulano nella catena alimentare rappresentando un rischio per la salute umana”.
Interventi non immediati e quindi insufficienti
Un elemento ritenuto decisivo è che gli interventi proposti dalla società non erano immediatamente operativi. La Regione ha infatti rilevato che tali interventi “si limitano a misure di carattere programmatico, privi di garanzie tecniche di attuabilità immediata”, e che non consentono di verificare in modo certo il rispetto dei limiti emissivi. In questo senso, il decreto chiarisce che non è possibile basare la valutazione su adeguamenti futuri, quando non è dimostrata la conformità attuale dell’impianto.
Il peso della sentenza della CEDU
A rafforzare la posizione dell’amministrazione ha contribuito in modo significativo anche la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha evidenziato la “mancata adozione da parte delle autorità nazionali di tutte le misure necessarie a garantire l’effettiva tutela dei diritti dei ricorrenti rispetto all’inquinamento ambientale”. La Corte ha inoltre sottolineato che non è stato raggiunto un “giusto equilibrio tra interessi concorrenti”, richiamando la necessità di interventi più incisivi a tutela della popolazione.
Pareri tecnici negativi
Il rigetto del progetto è stato supportato dai pareri negativi degli enti tecnici coinvolti, tra cui ARPAC, ASL e Università del Sannio. Le valutazioni hanno evidenziato criticità diffuse sia sul piano tecnologico sia su quello gestionale, sottolineando come alcune soluzioni non siano state adottate non per impossibilità tecnica, ma per scelte aziendali.
Alla luce di tutti questi elementi, la Regione ha ritenuto che l’impianto si trovi in una condizione di “non conformità strutturale dell’installazione alla disciplina vigente”, con conseguente “perdita dei requisiti legittimanti l’esercizio dell’attività”.
Stop alle attività e dismissione
Il decreto dispone quindi “l’obbligo a carico del Gestore di cessazione delle attività soggette ad AIA”, fatto salvo il tempo necessario per la messa in sicurezza dell’impianto. La società dovrà inoltre presentare entro sessanta giorni un piano di dismissione e ripristino ambientale, mentre l’ARPAC sarà incaricata di verificare il rispetto delle prescrizioni.
Il bilanciamento tra salute e lavoro
Nel provvedimento viene richiamato anche il tema del bilanciamento tra diritti costituzionali, sottolineando come l’AIA rappresenti il punto di equilibrio tra tutela della salute e salvaguardia dell’occupazione, così come evidenziato anche dal Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa, nel decreto del 26 febbraio 2026 relativo al caso ex Ilva di Taranto. Tuttavia, nel caso specifico, tale equilibrio è stato ritenuto non più sostenibile, anche in considerazione della collocazione dell’impianto in un’area residenziale e delle criticità ambientali emerse nel tempo.
I possibili sviluppi
Restano ora possibili sviluppi sul piano legale, con la possibilità per la società di presentare ricorso. Rimane inoltre aperta la prospettiva di una eventuale delocalizzazione dell’impianto, già indicata anche a livello europeo come possibile soluzione.
Per il momento, però, il decreto segna un punto di svolta: dopo anni di verifiche e contestazioni, l’attività delle Fonderie Pisano viene interrotta per mancato rispetto degli standard ambientali e per l’impossibilità di garantire, nelle condizioni attuali, un adeguato livello di tutela della salute pubblica.
“Con la condanna del CEDU e il decreto emanato dalla nuova giunta regionale presieduta dal presidente Fico, con l’impegno dell’assessore regionale all’ambiente Claudia Pecoraro, si è fatto quello che doveva essere fatto 20 anni fa: osservare e applicare la legge“, conclude Salute e Vita.
Rileggi qui la nostra inchiesta sul caso Fonderie Pisano