Dal “Fiume in piena” alle prime conquiste legislative
«Che questo “Fiume in piena” spazzi via l’omertà, rassegnazione e menefreghismo. Troppo spesso si è utilizzata la Terra dei Fuochi come un fatto di cronaca nera o come uno scoop giornalistico. Bisogna fare un’inchiesta vera: raccontare tutte le realtà positive e negative della nostra Regione. Non si può criminalizzare e bollare un intero territorio pieno di ricchezze, cultura e speranza. Questa mobilitazione non s ferma qui».
Era il 16 novembre 2013 quando queste parole risuonarono dal palco allestito in Piazza del Plebiscito, a Napoli, al termine della manifestazione nota come “Fiume in piena”: oltre 100.000 persone invasero pacificamente le strade della città per denunciare anni di silenzi, omissioni e disastro ambientale. Una mobilitazione senza precedenti, nata anche sull’onda della desecretazione delle rivelazioni del pentito Carmine Schiavone. Già nel 1997, infatti, davanti alla Seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Schiavone aveva raccontato di un traffico sistematico di rifiuti pericolosi in Campania attivo almeno dalla fine degli anni Ottanta, tra discariche abusive e roghi tossici.
L’eco di quella giornata non si esaurì nelle strade di Napoli. La mobilitazione del “Fiume in piena”, in corteo sotto lo slogan “Stop al biocidio”, contribuì a trasformare l’indignazione collettiva in pressione politica concreta: poche settimane dopo arrivò il Decreto-Legge 10 dicembre 2013, n. 136, poi convertito nella Legge n. 6 del 2014. Un provvedimento che introdusse misure quali mappatura dei terreni agricoli contaminati, controlli sulle produzioni agroalimentari, fino al rafforzamento del contrasto ai roghi tossici e all’introduzione del reato di combustione illecita di rifiuti. Dalla continua spinta dei cittadini dopo l’emersione del fenomeno nacque anche un percorso più ampio, che portò nel 2015 all’introduzione degli ecoreati nel Codice penale: per la prima volta l’inquinamento e il disastro ambientale venivano riconosciuti come delitti.
Dalla protesta alla proposta: il “ticket sospeso” e la sanità di comunità
A distanza di anni, quello stesso slancio non si è disperso. Come ha osservato lo scorso dicembre a Cittadini Reattivi il medico di base e membro di ISDE – Medici per l’Ambiente, Luigi Costanzo, «siamo ancora i 100.000 del Fiume in piena che dalle proteste sono passati anche alle proposte». Un passaggio che sintetizza l’evoluzione di quella mobilitazione: dalla denuncia di piazza alla costruzione di pratiche concrete di comunità e tutela ambientale sui territori.
Proprio lo studio medico Humanitas di Frattamaggiore (Na) in cui Costanzo opera promuove dal 2018 il “ticket sospeso”, un meccanismo solidale ispirato al “caffè sospeso napoletano” che consente di sostenere le cure di chi si trova in difficoltà economica, trasformando la partecipazione civica in pratica quotidiana di tutela della salute.
«Ci siamo resi conto delle difficoltà dei nostri assistiti, spesso costretti a rinviare esami o cure per motivi economici», spiega Costanzo. Da qui la scelta dei medici di rinunciare al compenso per alcune prestazioni, come i certificati, invitando chi può a lasciare un contributo libero in una “cassa di comunità” destinata a chi non può permettersi visite specialistiche private e farmaci.
L’iniziativa, partita con una lettera aperta ai pazienti, ha raccolto negli anni oltre 20mila euro ed è stata anche premiata dalla Federazione dei medici di medicina generale della Campania, con un riconoscimento reinvestito nella stessa cassa. «La bellezza non è fare elemosina – sottolinea Costanzo – ma creare comunità»: emblematica la storia di una paziente sostenuta durante un periodo difficile che, superata la crisi, ha scelto di contribuire ogni mese, restituendo quanto ricevuto e alimentando un circuito di solidarietà concreta.

«In Campania quello che io chiamo “sanità sospesa”, e che tecnicamente è assistenza indiretta, sta diventando la norma», spiega Costanzo. «Aumentano le patologie e il bisogno di esami, ma diminuiscono i fondi per garantirli: così molti pazienti anticipano le spese o, più spesso, rinunciano. In un territorio già segnato come la Terra dei Fuochi, il rischio è una deriva verso una sanità per ricchi, dove una parte crescente della popolazione resta senza assistenza».
Conoscenza, dati e democrazia: il lavoro di ISDE e del Movimento Basta Impianti
Sulla scia della partecipazione civica si colloca anche un’altra iniziativa nata dal basso nella provincia di Caserta, dove la spinta dei cittadini – in particolare del Movimento Basta Impianti – ha dato vita a una collaborazione con ISDE – Medici per l’Ambiente per l’analisi dei dati ambientali e sanitari. Un percorso condiviso che unisce attivismo civico e competenze scientifiche, con l’obiettivo di rafforzare conoscenza, trasparenza e tutela della salute nei territori più esposti.
«Lo studio mette in relazione, comune per comune, l’incidenza delle patologie oncologiche – nei limiti dei dati disponibili, fermi ormai da circa cinque anni – con la presenza di impianti autorizzati per lo stoccaggio dei rifiuti e siti di smaltimento illegale», spiega a Cittadini Reattivi il pediatra e presidente di ISDE Campania, Gaetano Rivezzi. «L’obiettivo è ottenere forme di risarcimento per i cittadini che hanno subito e continuano a subire un danno ambientale e sanitario, destinato a protrarsi in assenza di interventi istituzionali».
Il portavoce del Movimento Basta Impianti Biagio Sarnataro descrive così il contributo alla collaborazione con ISDE e alla costruzione delle analisi condivise: «Il ruolo è stato mappare le tipologie di impianto, per legarvi il tipo di patologie».
Sul tema dei dati sanitari e ambientali sottolinea la fragilità del quadro informativo disponibile: «Noi abbiamo dei dati che vanno grossomodo dal 2008 al 2018, quindi già sono vecchi quasi di dieci anni, e ad ogni modo lì si riusciva comunque a mettere un pallino tragico: un uomo su tre e una donna su quattro a Caserta nel corso della vita ha la possibilità di avere un cancro».
Il nodo centrale, aggiunge, riguarda la mancanza di dati aggiornati e di correlazione tra le fonti: «Il problema è che non abbiamo dati aggiornati e facilmente reperibili, perché abbiamo due blocchi di dati ma non la correlazione dei due dati, e la correlazione implica evidentemente una volontà politica e un problema di democrazia forte, fortissimo».
Basta Impianti: mobilitazione, proposta e partecipazione
Attivo dal 2018, il Movimento Basta Impianti nasce da una lunga stagione di mobilitazioni contro la concentrazione di impianti di trattamento e stoccaggio dei rifiuti nel territorio casertano. Il nome stesso richiama questa posizione: la necessità di fermare nuove autorizzazioni in un’area già fortemente compromessa. Come spiega Sarnataro a Cittadini Reattivi, «l’idea era stoppare gli impianti», mettendo al centro, piuttosto, il tema delle bonifiche e della messa in sicurezza dei siti esistenti.

Una richiesta che si traduce anche in una proposta tecnica e politica precisa: «bisogna trovare degli indici di saturazione per capire quali sono le zone sature». Per il movimento, infatti, il problema non è solo la presenza degli impianti, ma la loro concentrazione in territori già esposti a forti pressioni ambientali e sanitarie.
Da qui la linea portata avanti nelle piazze e nei tavoli istituzionali: bloccare nuovi insediamenti laddove il carico ambientale è già elevato e avviare, contestualmente, un piano di bonifiche. Una posizione che sintetizza il senso stesso del nome “Basta Impianti.
Il Movimento Basta Impianti si è progressivamente strutturato come rete di mobilitazione territoriale, capace di alternare iniziativa di piazza e confronto istituzionale. Dopo la fase più acuta seguita ai roghi dell’estate 2025, tra Teano e Pastorano, la risposta si è tradotta in una serie di assemblee pubbliche itineranti nei comuni dell’area casertana, da Pignataro a Vitulazio, da Calvi a Bellona.
Sul piano della mobilitazione, il movimento ha promosso anche cortei territoriali e regionali che hanno attraversato il Medio Volturno e l’area nord della Terra dei Fuochi, con momenti di protesta che hanno portato le istanze del territorio fino alle sedi istituzionali.
Accanto alla piazza, si è sviluppato un percorso di confronto con le istituzioni. È stato avviato un “Osservatorio ambiente” con la partecipazione dei sindaci del territorio, pensato come spazio di coordinamento tra amministrazioni e cittadini sulle emergenze ambientali e sulle scelte impiantistiche. Parallelamente, il movimento ha sperimentato anche la forma del “consiglio popolare” nell’aula consiliare di Pignataro, con sedute aperte alla cittadinanza e una funzione consultiva rispetto alle decisioni degli enti locali.
Una traiettoria che, nelle intenzioni dei promotori, punta a rendere stabile il coinvolgimento civico nelle scelte ambientali del territorio. «Da settembre a febbraio – continua Sarnatato – abbiamo partecipato in delegazione a Roma in commissione ambiente, abbiamo incontrato la commissione Ecomafie».
Sentinelle del territorio: i volontari antiroghi
Accanto alla mobilitazione strutturata del Movimento Basta Impianti, nel territorio della cosiddetta Terra dei Fuochi operano da anni anche molte altre realtà di cittadinanza attiva. È il caso dei volontari antiroghi attivi nell’area di Acerra (Na), che nel tempo hanno affiancato all’intervento sul campo un’attività sempre più strutturata di controllo del territorio.
Come racconta Michele Pannella a Cittadini Reattivi, l’esperienza inizia da un’esigenza concreta: «l’associazione nasce più o meno 15-20 anni fa, inizialmente per un’esigenza sui territori perché c’erano numerosi incendi». L’obiettivo era immediato e operativo: «il volontario nasceva proprio per arrivare sull’incendio, fare intervenire i vigili del fuoco e spegnerlo quanto prima per evitare che altra diossina potesse essere innescata nell’aria».
Nel tempo, però, le attività si sono evolute anche grazie alla tecnologia: «la tecnologia ci ha aiutato con una serie di strumenti tra cui il drone», spiega, sottolineando come oggi il monitoraggio sia diventato più sistematico. «Piano piano siamo riusciti a monitorare 54 chilometri quadrati per capire se ci sono degli sversamenti o eventualmente le condizioni di alcune parti dei terreni incendiati».



Un lavoro quotidiano che restituisce un quadro ancora critico: «Statisticamente i roghi e gli sversamenti sono sempre tanti», osserva Pannella, evidenziando come, nonostante alcune attività illegali siano diminuite grazie ai controlli, il fenomeno resti diffuso.
Sul piano normativo, infine, il giudizio resta prudente. «Era ora che anche dal punto di vista tecnico-giuridico entrassero in vigore sanzioni più forti», afferma riferendosi al decreto Terra dei Fuochi 2025, pur sottolineando i limiti nell’applicazione concreta: «la norma c’è ma non so quanto è stata applicata fino in fondo».
Un’attività che, pur muovendosi su scala locale, si inserisce nello stesso solco delle altre esperienze civiche: quello di una partecipazione dal basso che, tra monitoraggio, denuncia e proposta, continua a presidiare territori segnati da criticità ambientali persistenti.
Scuola e consapevolezza: educare nei territori contaminati
Dalle piazze ai territori, fino alle pratiche quotidiane di cittadinanza attiva, il tema ambientale nella Terra dei Fuochi attraversa anche il mondo della scuola. Qui, tra educazione e impegno civico, si formano nuove consapevolezze e si costruiscono percorsi che mettono in relazione studenti, comunità e territorio.
A raccontarlo a Cittadini Reattivi sono due docenti impegnate su fronti diversi ma complementari: da un lato l’esperienza nella scuola primaria, anche attraverso reti come Teachers for Future; dall’altro il lavoro nella scuola superiore, intrecciato all’attivismo ambientale con Legambiente Afragola. Due sguardi che restituiscono il ruolo dell’educazione come leva fondamentale per trasformare la partecipazione in consapevolezza diffusa.
Nelle scuole, la consapevolezza ambientale si costruisce spesso a partire dall’esperienza quotidiana. Monica Capo, docente della scuola primaria e attiva nella rete Teachers for Future Italia, racconta come il contesto della Terra dei Fuochi entri direttamente nella vita degli studenti: «Basta che loro si affaccino alla finestra per vedere un rogo tossico in lontananza o sentirlo».
Un’esposizione che si riflette anche nella dimensione personale e familiare dei bambini, incidendo sul loro modo di percepire il territorio e i rischi ambientali. Da qui la scelta di partire dall’educazione di base: «Cerco di partire sempre dalle piccole cose con i miei bambini», spiega, indicando nella protezione dell’ambiente, degli animali e nella raccolta differenziata i primi strumenti di consapevolezza.
Un percorso che però si scontra con contraddizioni evidenti anche all’interno del sistema scolastico: «Da un lato fanno la raccolta differenziata, dall’altro poi si rendono conto che all’interno delle scuole la raccolta differenziata è fittizia, perché poi tutto va nello stesso bidone».
Da questa esperienza nasce anche l’impegno nella rete Teachers for Future Italia, «costituita da insegnanti, educatori, dirigenti scolastici e ricercatori proprio per contrastare il cambiamento climatico». Un lavoro che si accompagna anche a una critica verso alcune dinamiche presenti nel mondo educativo: «Con i ragazzi viene fatto molto “youth washing”», osserva, denunciando il rischio di percorsi che, pur presentandosi come educazione ambientale, finiscono per veicolare messaggi contraddittori.
Per questo, sottolinea, diventa fondamentale costruire percorsi educativi coerenti e partecipati: «Abbiamo fatto lezioni ecologiche in varie parti d’Italia e partecipato agli scioperi per il clima con i ragazzi».

Giusiana Russo, docente di scienze naturali e presidente di Legambiente Afragola, racconta poi un lavoro che unisce didattica e attivismo: «Il mio lavoro, che è appunto quello di docente di scienze naturali, mi rende più semplice la possibilità di unire le scienze all’educazione ambientale».
Un approccio che entra direttamente nelle attività in classe: «Cerco di fare ogni giorno con i miei studenti», spiega, anche attraverso strumenti come documentari sul cambiamento climatico e sulla Terra dei Fuochi. Ma è soprattutto fuori dall’aula che, sottolinea, si costruisce una consapevolezza più profonda.
Attraverso Legambiente Afragola, infatti, vengono promosse iniziative di educazione ambientale e volontariato, come la Festa dell’Albero organizzata nelle scuole, a cui la stessa docente ha partecipato insieme ai suoi studenti: «Abbiamo tantissime scuole che ci contattano e noi cerchiamo di coinvolgere quante più persone possibili». Esperienze che producono effetti concreti sugli studenti: «All’inizio erano molto scettici, quasi restii a partecipare, ma poi c’è stato un cambiamento grandissimo», racconta, sottolineando come il coinvolgimento diretto favorisca responsabilità e consapevolezza.
Un percorso che, secondo Russo, affianca e completa la didattica tradizionale: «La didattica è importantissima, ma senza la formazione, senza questa consapevolezza, non potranno mai essere cittadini». Da qui l’importanza di azioni concrete sul territorio, capaci di tradurre i contenuti scientifici in pratiche quotidiane.
Tra queste, anche le battaglie ambientali portate avanti dall’associazione, come quella per la tutela del verde urbano: «Siamo riusciti unendo le forze a salvare queste magnolie», ricorda, riferendosi a un intervento che ha evitato l’abbattimento degli alberi. Un esempio di come l’azione civica, intrecciata al lavoro educativo, possa incidere direttamente sulla qualità dell’ambiente e della vita urbana.

Dal dolore all’azione: l’associazione Noi Genitori di Tutti
Accanto ai percorsi civici e scientifici, nella Terra dei Fuochi le buone pratiche nascono anche da storie personali che trasformano il dolore in impegno pubblico. È il caso dell’associazione Noi Genitori di Tutti, guidata da Marzia Caccioppoli, nata – racconta – «a cavallo tra il 2012 e il 2013, quando alcune mamme hanno perso i figli di cancro».
Tra queste, la sua esperienza diretta: il figlio Antonio era affetto da «glioblastoma multiforme», un tumore del sistema nervoso centrale «che colpisce generalmente persone anziane» e «riconducibile al danno ambientale». Da lì, la presa di coscienza: «Ho iniziato a comprendere di essere stata vittima e non una persona sfortunata», inserendo la propria storia in un contesto più ampio di inquinamento e traffici illeciti.
L’associazione nasce anche grazie all’impulso di padre Maurizio Patriciello e si struttura come una rete di sostegno concreto alle famiglie, ma anche come spazio di attivismo radicale. «Io sono divenuta attivista, perché avendo avuto un unico figlio non temo niente», afferma, rivendicando un impegno che l’ha portata anche a confrontarsi direttamente con uno dei protagonisti delle vicende giudiziarie legate ai rifiuti: «Sono stata una delle poche mamme ad avere un confronto faccia a faccia con Carmine Schiavone».
Nel tempo, l’esperienza dell’associazione si è ampliata costruendo relazioni e reti su scala nazionale. «Ho girato l’Italia», racconta, ricordando come le prime a invitarle siano state realtà della Toscana, «una delle regioni che ci ha avvelenato con le concerie», segno di una responsabilità diffusa che supera i confini locali. Da queste connessioni nascono percorsi di formazione e testimonianza, soprattutto nelle scuole, per «rendere consapevoli i giovani».
L’impegno si estende anche a contesti complessi come le carceri: «Abbiamo fatto presentazioni anche nelle carceri», spiega, sottolineando il valore educativo della testimonianza: «Se ne puoi salvare anche solo uno, hai fatto già un gran lavoro». Accanto a questo, iniziative di prevenzione sanitaria e sostegno diretto alle famiglie, finanziate in modo autonomo attraverso attività artigianali.
Negli anni, racconta, sono arrivati anche riconoscimenti per il lavoro svolto, ma il cuore dell’esperienza resta nella costruzione di una comunità solidale e consapevole. In questa traiettoria, la storia personale diventa azione collettiva: una pratica civica che tiene insieme memoria, denuncia e cura, contribuendo a dare forma, dal basso, a risposte concrete in un territorio segnato da una lunga emergenza ambientale.


La svolta giudiziaria: la sentenza CEDU e il ruolo dei cittadini con il Comitato d’attuazione
A rafforzare questa traiettoria di partecipazione dal basso è arrivata anche una svolta giudiziaria senza precedenti. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi – ottenuta grazie al ricorso di cittadini e cittadine dei territori colpiti – non è rimasta un punto d’arrivo, ma ha aperto una nuova fase di attivazione civica.
Proprio su questa linea si colloca la nascita, tra il 2025 e il 2026, del Comitato di Attuazione della sentenza CEDU, promosso dagli stessi cittadini ricorrenti e, quindi, da diverse realtà già attive sui territori. Una scelta che, come spiega l’avvocata Valentina Centonze – tra i legali dei ricorrenti – nasce anche da una lacuna istituzionale: «La sentenza dice che le autorità nazionali devono istituire un’autorità competente per effettuare un monitoraggio indipendente che deve interfacciarsi con i rappresentanti della società civile». Un organismo che, sottolinea, avrebbe il compito di «vigilare sull’esecuzione della sentenza e verificare che vengano rispettati i tempi», fissati entro due anni dalla definitività, quindi tra maggio 2025 e aprile 2027.
Un processo che si svolge sotto la supervisione europea: «C’è il Comitato dei ministri presso il Consiglio d’Europa davanti al quale le autorità devono presentare un piano d’azione», specificando «cosa stanno facendo, con quali fondi e con quali tempistiche».
Tuttavia, evidenzia Centonze, «questa autorità indipendente non è stata istituita», nonostante interventi legislativi successivi alla sentenza. «Si è semplicemente delegato il monitoraggio a Ispra», senza prevedere il coinvolgimento diretto di comitati e associazioni: «questo costituisce già una palese violazione della sentenza».

Da qui la scelta dei cittadini di riappropriarsi di quel ruolo riconosciuto dalla Corte: «I cittadini rivendicano quella legittimazione e si riappropriano della partecipazione dal basso». Nasce così un comitato che mette insieme associazioni, comitati e singoli attivisti già impegnati nel monitoraggio ambientale, con un obiettivo preciso: «avere voce» e dotarsi anche di «assistenza legale, medica, ingegneristica» per rafforzare le attività di controllo e denuncia.
Un lavoro che guarda sia alle emergenze future sia a quelle già note: «bisogna monitorare non solo le discariche che si creano per nuovi sversamenti, ma anche quelle già denunciate e con criticità strutturali». E ancora: produrre relazioni, informare cittadini e istituzioni, «fare da cassa di risonanza» e, se necessario, segnalare al Consiglio d’Europa eventuali inadempienze.
Anche in questo caso, la sentenza si traduce in pratica: non solo un riconoscimento giuridico, ma uno strumento nelle mani delle comunità per continuare a esercitare controllo, pressione e partecipazione attiva sui territori.
Il comitato è un’iniziativa che si inserisce pienamente nella scia della partecipazione dal basso: non solo denuncia e ricorso alle istituzioni sovranazionali, ma anche controllo civico sull’operato dello Stato.
Un passaggio delicato, come emerge anche dalla testimonianza di Marzia Caccioppoli – tra i cittadini che aderiscono al Comitato -, che lega questa nuova fase a una consapevolezza più profonda dei rischi: «È stata la prima volta che ho avuto paura», racconta. Non davanti alla criminalità già conosciuta, ma «il 30 gennaio», giorno della sentenza, perché, spiega «sapevo che sarebbero iniziati dei movimenti economici» legati alle bonifiche. Da qui la necessità di vigilare: «bisogna stare con gli occhi aperti e cercare di non fare entrare infiltrazioni mafiose e camorristiche nel sistema delle bonifiche».